Come spesso accade, i grandi temi cinematografici si riducono a poche, fondamentali domande: l’uomo contro la natura, l’uomo contro se stesso, l’amore e la morte. Ma tra questi, ce n’è uno che negli ultimi anni ha assunto un peso sempre maggiore: come si vive? Come si impara a fidarsi degli altri, a mantenere un cuore aperto in un mondo che sembra progettato per distruggerlo? Queste riflessioni, che molti condividono, trovano una risposta straordinariamente intensa in Gentle Monster, il nuovo film di Marie Kreutzer, regista austriaca già nota per Corsage.

Il lungometraggio, presentato a Cannes, ha lasciato molti spettatori in lacrime per la sua capacità di affrontare un tema scottante con una delicatezza disarmante. La trama segue Lucy (Léa Seydoux), una donna il cui marito, Philip (Laurence Rupp), viene arrestato con l’accusa di pedofilia. Nonostante le prove contro di lui siano schiaccianti, Philip cerca di giustificarsi appellandosi al proprio lavoro di regista, sostenendo che i contenuti dei suoi hard disk fossero necessari per le sue ricerche. Kreutzer, però, non si ferma alla superficie del dramma: fin dalle prime scene, il film si concentra sulle incertezze di Lucy, sulla sua incapacità di trovare risposte definitive e sulla sua lotta interiore.

Il film si apre con Lucy seduta al pianoforte, intenta a cantare Would I Lie to You? di Charles Eddie, mentre sullo schermo appare il titolo sovrapposto a un’immagine inquietante di Philip. Non c’è spazio per l’ambiguità: Kreutzer punta dritto sull’incertezza, sia guardando al passato — cosa è successo davvero tra Philip e il loro figlio Johnny (Malo Blanchet)? — sia al futuro, mentre la famiglia si trasferisce in una fattoria bavarese che diventa improvvisamente una scena del crimine.

La pellicola condivide alcune affinità con Anatomia di un delitto, soprattutto per il contrasto tra l’emotività dei personaggi e il freddo linguaggio giuridico. Lucy ha amato, desiderato e sostenuto Philip fino al momento dell’arresto; quelle emozioni non svaniscono all’improvviso. Gentle Monster, come tipico del cinema austriaco più cerebrale, si interroga sul significato del termine 'gentile' quando applicato a un 'mostro', ma evita con cura il relativismo morale o, peggio, la giustificazione della pedofilia. Il film, infatti, non si concentra su Philip, che rimane una figura sfuggente, ma su Lucy, ritratta come una sorta di pop star europea iper-razionale: seduta al suo pianoforte, analizza Boys Don’t Cry dei The Cure senza però riuscire a collegare le parole del brano alla sua stessa vita.

In definitiva, Gentle Monster si configura come un dramma esistenziale, una lotta della protagonista contro se stessa. Ma Kreutzer aggiunge un ulteriore strato: la regista esplora anche la capacità di Lucy di ricostruirsi, di trovare una nuova identità al di fuori del ruolo di moglie e madre, in un mondo che sembra averle tolto tutto. Il risultato è un’opera visivamente raffinata, emotivamente devastante e profondamente umana.

Fonte: The Wrap