Un documento ufficiale del Dipartimento di Stato statunitense ha recentemente confermato che gli Stati Uniti sono entrati in guerra contro l’Iran su richiesta di Israele. Il testo, redatto dal consigliere legale del dipartimento, Reed D. Rubinstein, afferma che Washington è coinvolta nel conflitto «su richiesta e per la difesa collettiva del suo alleato israeliano, oltre che nell’esercizio del proprio diritto intrinseco di autodifesa».
La dichiarazione, pubblicata questa settimana, cita anche le lettere inviate al Consiglio di Sicurezza dell’ONU come prova del legame tra le due nazioni. Tuttavia, questa ammissione diretta contraddice le affermazioni del presidente Donald Trump, che ha più volte negato qualsiasi influenza israeliana sulla sua decisione di avviare un nuovo conflitto in Medio Oriente.
Solo pochi giorni fa, Trump ha ribadito su Truth Social che «Israele non mi ha mai spinto alla guerra contro l’Iran», aggiungendo che «gli eventi del 7 ottobre, uniti alla mia convinzione di lunga data che l’Iran non debba mai ottenere armi nucleari, hanno determinato la mia posizione».
Secondo quanto riportato dal New York Times all’inizio di questo mese, l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto sarebbe stato deciso durante un incontro tenutosi l’11 febbraio alla Casa Bianca, al quale hanno partecipato Trump, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e diversi funzionari statunitensi e israeliani. Fonti vicine alla Casa Bianca hanno rivelato che è stato proprio l’intervento di Netanyahu, insieme a una campagna di pressione, a spingere Washington verso il conflitto.
Nonostante i comandanti militari statunitensi avessero definito «farsesco» il piano di attacco all’Iran proposto da Netanyahu, Trump avrebbe già maturato la decisione di rovesciare il regime teocratico di Teheran. Secondo fonti diplomatiche, Netanyahu continuerebbe a esercitare un’influenza decisiva: lo stesso Trump ha dichiarato al Times of Israel che la fine della guerra sarà decisa «congiuntamente» con il leader israeliano, anche se Israele ha più volte violato fragili accordi di cessate il fuoco, intensificando i bombardamenti nei paesi limitrofi.
Le conseguenze del conflitto sono già evidenti: migliaia di civili iraniani uccisi, infrastrutture civili distrutte, 13 soldati statunitensi morti e un regime che, lungi dall’essere indebolito, ha assunto posizioni ancora più estreme. Sul piano economico, la guerra ha fatto lievitare il costo della vita a livello globale, aggravato le tensioni diplomatiche – in particolare con gli alleati occidentali – e pesato sulle casse degli americani, con una spesa stimata in oltre 60 miliardi di dollari (circa 1 miliardo al giorno).
Dal punto di vista politico, il conflitto ha alimentato un crescente malcontento nei confronti dell’amministrazione Trump e della sua ideologia MAGA, con un’opinione pubblica sempre più disillusa nei confronti di un presidente percepito come instabile e polarizzante.