La teoria del 'pazzo': un'arma antica nella politica estera
L'uso della simulazione di follia non è una novità nella diplomazia internazionale. Già Niccolò Machiavelli, nel Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, osservava che "è cosa molto savia il simulare la pazzia". In un mondo violento e anarchico, la capacità di una grande potenza di pensare l'impensabile e insinuare di essere pronta a tutto – incluso lanciare missili balistici intercontinentali – può risultare decisiva per confondere un nemico astuto e determinato.
Come scrisse Bernard Williams, quando si è costretti a operare in un contesto folle, "è follia mantenere le apparenze della sanità". Un esempio emblematico è quello del 1998 a Belgrado: Slobodan Milošević chiese all'inviato statunitense Richard Holbrooke: "Siete abbastanza pazzi da bombardarci per queste questioni in quella piccola e misera Kosovo?". La risposta fu lapidaria: "Sì, siamo abbastanza pazzi da farlo". Pochi mesi dopo, l'aviazione americana distruggeva obiettivi in tutta la capitale serba.
Trump e la strategia del 'madman': tra rischio e imprevedibilità
Donald Trump non è uno studioso di Machiavelli, ma il suo stile di leadership, spesso caotico e incline all'irrazionalità apparente, ha portato nella politica estera americana un grado di incertezza e imprevedibilità senza precedenti nell'era post-bellica. Il suo primo mandato ha alimentato timori concreti di un conflitto nella penisola coreana.
Dopo il fallimento delle precedenti amministrazioni nel fermare le ambizioni nucleari della Corea del Nord, l'amministrazione Trump ha adottato una strategia diversa: abbandonare la "pazienza strategica" e lanciare l'iniziativa del "naso sanguinante" (bloody nose). Con minacce come "fuoco e furia mai visti prima", Trump ha ordinato all'esercito di elaborare piani per bombardamenti mirati a distruggere le capacità nucleari e missilistiche di Pyongyang. Tuttavia, questa postura aggressiva non ha prodotto risultati concreti sul disarmo nucleare nordcoreano.
L'Iran e il limite della strategia trumpiana
La stessa logica è stata applicata al conflitto con la Repubblica Islamica dell'Iran. Dopo il fallimento delle pressioni economiche e diplomatiche, Trump ha intensificato la retorica bellicosa, arrivando a minacciare la distruzione delle fondamenta dello Stato iraniano e l'annientamento della sua civiltà. Tuttavia, la natura volubile e imprevedibile del presidente ha prevalso, portando a una tregua che, a quanto pare, si applica solo agli Stati Uniti, lasciando in sospeso la questione dello Stretto di Hormuz e altri punti critici.
Un'eredità controversa
Che si tratti di una strategia consapevole o di un approccio dettato dall'istinto, l'amministrazione Trump ha ridefinito il concetto di deterrenza. Come spiega James D. Boys nel suo nuovo libro US Grand Strategy and the Madman Theory: From Nixon to Trump, questa tattica non è nuova, ma la sua applicazione sotto Trump ha raggiunto livelli di teatralità senza precedenti. Un metodo che, secondo l'autore, potrebbe essere destinato a lasciare un segno duraturo nella politica estera americana.
La lezione di Machiavelli: tra finzione e realtà
Il dilemma rimane: fino a che punto la simulazione di follia è una strategia efficace, e quando diventa invece un boomerang? Machiavelli stesso ammoniva che la finzione deve essere credibile. Nel caso di Trump, l'imprevedibilità è stata sia un'arma che un limite. Mentre alcuni avversari potrebbero essere stati intimoriti, altri hanno imparato a navigare nell'incertezza, rendendo la strategia del 'madman' sempre più difficile da replicare in futuro.