Cole Allen, un uomo di 31 anni della California, è stato ufficialmente accusato questa settimana di tentato assassinio del presidente degli Stati Uniti. Secondo la sua stessa ammissione, Allen si sarebbe armato e avrebbe cercato di violare le misure di sicurezza durante il White House Correspondents' Dinner dello scorso fine settimana.

Il caso, almeno per quanto emerso pubblicamente, rimane avvolto in una fitta nebbia di dubbi. Non è ancora chiaro se Allen abbia effettivamente sparato all’interno dell’hotel Washington Hilton. Tuttavia, una cosa è certa: non si dovrebbe mai tentare di uccidere il presidente.

Questa affermazione potrebbe sembrare scontata, ma è fondamentale ricordarlo. L’omicidio è un atto immorale e illegale, e uccidere il capo di Stato comporta difficoltà ancora maggiori, considerando la protezione costante di cui gode. In quasi tutti gli scenari possibili, il tentativo fallirebbe e la vita del responsabile ne sarebbe irrimediabilmente stravolta.

Ma ci sono ulteriori considerazioni da fare, soprattutto in un’epoca come quella attuale. Uccidere il presidente risolverebbe davvero qualcosa? Esiste un modo migliore per esprimere il proprio dissenso?

Allen non sembra un classico attentatore. Non cerca gloria, non diffonde retorica estremista né cerca attenzione mediatica. Nel suo manifesto, chiede scusa a diverse persone per aver tradito la loro fiducia e non mostra alcuna soddisfazione per il gesto che si appresta a compiere. Anzi, sembra già disprezzare le misure di sicurezza che, alla fine, hanno sventato il suo piano.

Ciò che più preoccupa, come sottolineato dalla giornalista Elizabeth Spiers su Bluesky, è che la sua decisione di attentare alla vita del presidente nasce da una ferita morale.

David Wood, del Huffington Post, che ha approfondito il tema della ferita morale nei soldati reduci da missioni di guerra, la descrive come «la sensazione che la propria concezione di bene e male sia stata violata, seguita da dolore, apatia o senso di colpa».

Nel manifesto di Allen si legge: «Sono un cittadino degli Stati Uniti d’America. Ciò che fanno i miei rappresentanti ricade anche su di me. Non sono più disposto a permettere che un pedofilo, uno stupratore e un traditore copra le mie mani con i suoi crimini».

In pratica, Allen si sente corresponsabile della corruzione e dell’operato del presidente. Scrive: «Voltare lo sguardo quando altri vengono oppressi non è un comportamento cristiano, ma complicità nei crimini dell’oppressore».

Questo è il punto più allarmante della vicenda: potrebbero esserci altre persone che provano lo stesso senso di impotenza e rabbia, spinte a compiere azioni simili. Siamo di fronte alle conseguenze di un’epoca in cui l’impunità delle élite trasforma il governo in uno strumento di interessi personali e vendetta, mentre la giustizia sembra lenta e inefficace.