La Corte Suprema degli Stati Uniti ha affrontato ieri una questione cruciale per il futuro della privacy digitale: i cosiddetti 'geofence warrants', strumenti investigativi che permettono alle forze dell'ordine di accedere ai dati di localizzazione di milioni di utenti di smartphone per identificare potenziali sospetti.

Il caso Chatrie v. Stati Uniti, al centro dell’udienza di ieri, riguarda un mandato emesso a Google per ottenere i dati di localizzazione di tutti gli utenti presenti vicino a una banca durante una rapina. Questi dati hanno poi portato all’identificazione e alla condanna di Okello Chatrie. Il suo avvocato, Adam Unikowsky, ha sostenuto che tale pratica costituisce una perquisizione generalizzata illegale, vietata dal Quarto Emendamento, che protegge i cittadini da indagini arbitrarie e invasive.

«Non esisteva un motivo valido per perquisire i dati di ogni persona all’interno dell’area», ha dichiarato Unikowsky. «La vicinanza a un crimine non può giustificare una sorveglianza di massa».

Al contrario, il governo federale, rappresentato dal vice procuratore generale Eric Feigin, ha difeso l’uso dei geofence warrants, sostenendo che gli utenti di smartphone acconsentono consapevolmente alla raccolta e all’utilizzo dei propri dati di localizzazione da parte di Google. Feigin ha avvertito che una sentenza a favore di Chatrie potrebbe trasformare il Quarto Emendamento in una barriera «impenetrabile» per i dati pubblici, limitando eccessivamente le indagini penali.

Durante l’udienza, diversi giudici hanno mostrato preoccupazione per le posizioni estreme di entrambe le parti. La giudice Ketanji Brown Jackson ha interrogato Unikowsky sui suoi argomenti «massimalisti», chiedendo se fossero necessari per raggiungere l’obiettivo della causa. «Perché trasformare questa vicenda in una disputa costituzionale più ampia del necessario?», ha domandato.

Anche le posizioni del governo sono state messe in discussione. Il presidente della Corte, John Roberts, ha chiesto a Feigin: «Cosa impedisce al governo di utilizzare questo strumento per identificare tutti coloro che si trovano in una chiesa o in un’organizzazione politica?»

Feigin ha risposto che non esiste una protezione costituzionale categorica per tali luoghi, scatenando una reazione critica da parte di Roberts: «Quindi lei ritiene che non ci sia alcuna tutela costituzionale per evitare che tutti i presenti in un luogo specifico siano sottoposti a sorveglianza mirata?»

Il giudice Neil Gorsuch ha ulteriormente criticato la posizione del governo, sottolineando come l’uso dei geofence warrants possa ledere gravemente i diritti alla privacy.

Il caso solleva interrogativi fondamentali: fino a che punto lo Stato può spingersi nell’utilizzare la tecnologia per indagini penali senza violare i diritti costituzionali? E come bilanciare la necessità di sicurezza con la protezione della privacy individuale in un’era digitale?

Una sentenza è attesa nei prossimi mesi e potrebbe ridefinire gli standard per l’uso dei dati di localizzazione nelle indagini giudiziarie.

Fonte: Reason