Il regista premio Oscar Morgan Neville torna al centro dell’attenzione con "Lorne", un documentario che si addentra nella vita di Lorne Michaels, il leggendario produttore esecutivo e creatore di Saturday Night Live, lo show che ha appena festeggiato i 50 anni di storia e che, ancora oggi, rimane un punto fermo del dibattito culturale statunitense.

Ma come si realizza un documentario su una figura così sfuggente, che ha sempre evitato l’obiettivo delle telecamere? E soprattutto, come si racconta un uomo le cui gesta sono già state analizzate in innumerevoli documentari, film e persino una monumentale biografia di 656 pagine, firmata da Susan Morrison e inclusa nel film?

Neville si è trovato in una posizione unica per affrontare queste sfide. In qualità di produttore del ciclo di documentari SNL 50 per Peacock, trasmessi in occasione dell’anniversario dello show, aveva già una conoscenza approfondita del contesto. Michaels, infatti, non era apparso nei precedenti lavori, come ha rivelato il regista:

«Avevamo intenzione di mantenere Lorne speciale per questo progetto.»

Prima di iniziare le riprese di "Lorne", Neville ha letto ogni libro su Saturday Night Live e visto ogni documentario esistente, cercando di evitare i cliché narrativi.

«C’era uno schema che volevo resistere, ma Lorne mi ha dato una possibilità unica: mi ha detto di portare le telecamere e filmare tutte le riunioni. E questo mi ha entusiasmato, perché sono incontri che nessuno ha mai visto prima.»

Michaels, ora 81enne, ha accettato di farsi riprendere, ma solo fino a un certo punto. Nonostante la sua resistenza a mostrare la sua vita privata, ha compreso che questo sarebbe stato l’ultimo documentario sulla sua direzione dello show. Il film svela così i meccanismi interni di Saturday Night Live, le dinamiche con il cast e i talentuosi sceneggiatori, passati e presenti, ma lascia ancora molti aspetti nell’ombra.

La sua famiglia, ad esempio, viene solo accennata, mai mostrata. Nonostante tre matrimoni, solo un’ex moglie, la scrittrice di SNL Rosie Shuster, compare nel documentario. Si vedono immagini di Michaels nella sua casa di campagna, ma senza mai entrare nel dettaglio: che stile architettonico predilige? Come sono i suoi cani? Neville sottolinea che non c’erano regole prestabilite prima delle riprese.

«Potevo filmare solo ciò a cui lui mi dava accesso, e non aveva alcun controllo su di me. Ma questo è il paradosso di lavorare come outsider: lui diffidava di me e io dovevo guadagnarmi la sua fiducia.»

Il documentario inizia con un certo distacco per poi avvicinarsi progressivamente a Michaels, mostrando un percorso di reciproca conoscenza durato anni.

«Il film parte da lontano per poi stringersi intorno a lui, riflettendo il processo di costruzione della fiducia.»

Fonte: The Wrap