Da quando il football universitario ha stravolto il modello economico del college sport, relegando la NCAA a un ruolo marginale, l’organizzazione con sede a Indianapolis sembra aver perso la sua autorità. Tuttavia, il torneo di basket rimane la sua principale fonte di reddito. Ora, per cercare di mantenere il controllo su un sistema in rapida evoluzione, la NCAA sta per approvare l’espansione del torneo, sia maschile che femminile, portandolo da 68 a 76 squadre.
La decisione, ancora da ratificare ufficialmente, è già considerata una formalità. Ma chi ha davvero chiesto questa modifica? Gli otto nuovi posti disponibili per le squadre non garantite (le cosiddette "at-large") saranno occupati da squadre che, con ogni probabilità, non apporteranno valore aggiunto al torneo. Eppure, sembra che questo non importi a nessuno.
Le logiche dietro questa scelta sono semplici, ma poco convincenti. Al posto dei tradizionali quattro "play-in games", ce ne saranno otto: quattro a Dayton e quattro in una località dello Utah ancora da definire. La NCAA insiste nel sottolineare che queste partite non fanno parte del torneo vero e proprio, ma solo di una fase preliminare. Una distinzione che, nella pratica, non convince nessuno. Come già accade per i play-in attuali, anche queste nuove partite rischiano di essere ignorate dai tifosi e dai partecipanti alle scommesse sportive.
Se c’è un esempio lampante di qualcosa che non porta alcun valore aggiunto, è proprio questa espansione. Eppure, sembra che sia l’unica soluzione che la NCAA sia riuscita a trovare per restare rilevante in un panorama sportivo in continua trasformazione.