Una nuova class action intentata contro OpenAI accusa l’azienda di aver condiviso con Meta e Google dati sensibili degli utenti, tra cui le conversazioni di ChatGPT, indirizzi email e identificativi personali, senza ottenere un consenso esplicito. La denuncia, depositata ieri in California, sostiene che tali pratiche violano il California Invasion of Privacy Act (CIPA) e l’Electronic Communications Privacy Act.
Secondo la causa, OpenAI avrebbe integrato strumenti di tracciamento come Meta Pixel e Google Analytics, utilizzati per raccogliere e condividere informazioni dettagliate sugli utenti. In particolare, si denuncia che ChatGPT trasmetterebbe a Meta e Google non solo gli argomenti delle conversazioni, ma anche ID utente ed email, senza informare adeguatamente gli interessati.
La vicenda solleva nuovamente il tema della “sorveglianza capitalistica”, un modello di business che permea l’intero ecosistema digitale moderno. OpenAI, come molti altri colossi tech, include nei suoi termini di privacy la possibilità di raccogliere, memorizzare e condividere dati personali degli utenti. Tuttavia, a differenza dei social media, i chatbot come ChatGPT rappresentano una tecnologia molto più intima e personale.
Milioni di persone si rivolgono a questi strumenti per supporto emotivo, consulenza psicologica o persino come terapeuti virtuali. Per molti, ChatGPT è un amico, un confidente o addirittura un partner romantico con cui condividere pensieri e sentimenti più profondi. Anche chi non instaura un rapporto così stretto con il chatbot lo utilizza per questioni legate a salute, finanza, affari e consulenza legale.
Un’analisi dei dati delle conversazioni potrebbe rivelare dettagli estremamente intimi sulla vita privata degli utenti, dalle abitudini quotidiane ai pensieri più reconditi. Eppure, l’interazione con un chatbot che si comporta come una persona reale può far dimenticare che si tratta pur sempre di un prodotto commerciale che raccoglie, archivia e condivide le informazioni personali. Un indizio in tal senso potrebbe essere l’introduzione di pubblicità mirata all’interno di ChatGPT, recentemente annunciata da OpenAI.
Al momento, OpenAI non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alla class action. Non è la prima volta che un’azienda di intelligenza artificiale finisce sotto i riflettori per questioni legate alla privacy e alla pubblicità digitale. All’inizio di quest’anno, una denuncia simile era stata presentata contro Perplexity, ma il caso è stato ritirato volontariamente. Come sottolineato da Madeline Batt, ricercatrice del Tech Justice Law Project, la causa evidenziava come un utente avesse condiviso informazioni finanziarie e legali personali con Perplexity, senza rendersi conto che venivano trasmesse a Google e Meta tramite strumenti come Meta Pixel e Google DoubleClick.
In un mondo sempre più connesso, pochi spazi rimangono davvero privati. La diffusione dell’intelligenza artificiale sta rendendo ancora più urgente la necessità di regolamentare la gestione dei dati personali, soprattutto quando si tratta di tecnologie che entrano così profondamente nella sfera intima degli individui.