Le tensioni tra Stati Uniti e Iran nello Stretto di Hormuz hanno raggiunto un nuovo picco dopo che Teheran ha colpito tre cacciatorpediniere statunitensi. In risposta, Washington ha condotto raid contro strutture militari iraniane responsabili degli attacchi, come confermato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM).
Secondo la dichiarazione ufficiale, l’operazione militare statunitense ha neutralizzato minacce in arrivo e distrutto siti di lancio di missili e droni, centri di comando e controllo, nonché nodi di intelligence e sorveglianza iraniani. Il CENTCOM ha sottolineato di non cercare un’escalation, ma di essere pronto a proteggere le forze americane.
La situazione rimane complessa, soprattutto dopo il fallimento dell’operazione Project Freedom, ideata dall’amministrazione Trump per garantire la sicurezza delle navi nello stretto. Il piano prevedeva l’impiego di cacciatorpediniere come scudo antimissile e elicotteri per contrastare le imbarcazioni iraniane, ma le risorse disponibili si sono rivelate insufficienti a causa del blocco dei porti iraniani.
Nonostante gli sforzi iniziali, l’operazione non ha sortito effetti significativi, e l’Iran continua a rafforzare la sua presenza nella regione. Secondo fonti del Wall Street Journal, già ad aprile gli Stati Uniti avevano avviato una missione segreta per contrastare l’influenza iraniana nello stretto, utilizzando droni marini per rilevare mine e preparare una nuova rotta sicura per le navi.
Le tariffe di Trump bloccate dalla giustizia
Parallelamente alle tensioni militari, la politica economica statunitense ha subito una battuta d’arresto. Un tribunale federale ha infatti dichiarato illegale la tariffa globale del 10% imposta da Trump a febbraio, dopo che la Corte Suprema aveva già bloccato il tentativo di imporre tariffe più ampie utilizzando poteri di emergenza.
Il presidente aveva cercato di giustificare la misura facendo riferimento a una sezione del Trade Act del 1974, che permette l’imposizione di tariffe temporanee in caso di “gravi e seri deficit della bilancia dei pagamenti statunitensi”. Tuttavia, gli Stati Uniti non si trovano in questa condizione, come confermato dalla sentenza del tribunale.
La decisione giudiziaria rappresenta un duro colpo per l’amministrazione Trump, che aveva cercato di aggirare i limiti costituzionali per imporre misure protezionistiche.
La ricchezza a New York: tra ostentazione e realtà
In un contesto diverso, ma ugualmente emblematico, la scena newyorkese continua a riflettere una cultura in cui la ricchezza viene spesso negata o minimizzata. Frasi come “non si possono guadagnare un miliardo di dollari” sembrano rispecchiare un atteggiamento diffuso tra gli abitanti della Grande Mela, dove l’ostentazione del successo economico viene spesso sostituita da un approccio più discreto o addirittura autoironico.