L’Iran resiste, Trump arretra: la guerra che non si vince

Se l’unica fonte di informazione sulla guerra in Iran fosse il Truth Social di Donald Trump, si potrebbe credere che gli Stati Uniti siano sul punto di ottenere una vittoria militare storica, forse la più significativa dalla Seconda guerra mondiale. «L’Iran sta collassando finanziariamente!», ha scritto il presidente poco prima di mezzanotte di martedì. «Vogliono che lo Stretto di Hormuz venga riaperto immediatamente — stanno morendo di fame! Perdono 500 milioni di dollari al giorno. L’esercito e la polizia non vengono pagati. SOS!!!».

Non c’è dubbio che l’Iran sia in gravi difficoltà dopo settimane di attacchi aerei statunitensi e israeliani, che hanno ucciso il suo leader supremo, distrutto gran parte delle infrastrutture militari e ridotto in macerie buona parte della capitale, Teheran. Ma in guerra, la sofferenza è un concetto relativo. E i leader iraniani hanno inflitto a Trump altrettanta, se non maggiore, sofferenza.

Lo Stretto di Hormuz: l’arma a doppio taglio

Da quando l’Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz al commercio marittimo, i prezzi globali sono schizzati alle stelle, con un aumento del 30% alle pompe di benzina negli Stati Uniti. Di conseguenza, la già bassa approvazione di Trump è crollata a livelli storici. I leader iraniani credono di poter resistere a un dolore maggiore di quello che Trump può sopportare. E hanno ottime ragioni per pensarlo: la decisione del presidente di estendere indefinitamente la tregua, appena dopo che l’Iran aveva rifiutato di tornare al tavolo delle trattative, è la prova che «Trump ha battuto in ritirata per primo», come riportato dal New York Times.

Trump è evidentemente disperato nel cercare una via d’uscita da una guerra disastrosa che ha avviato lui stesso. Ma i suoi tentativi maldestri confermano anche l’incoerenza fondamentale della sua strategia fin dall’inizio. Il presidente non ha mai avuto una ragione chiara — né pubblica né privata — per ordinare l’assassinio dell’ayatollah Ali Khamenei e l’eliminazione di gran parte della leadership iraniana, se non un vago desiderio di «cambio di regime».

Il prezzo della strategia fallimentare

Che il cambio di regime sia realmente avvenuto è tutto da dimostrare. Ma una cosa è certa: la guerra ha eliminato le condizioni per l’emergere di un movimento democratico popolare. Uccidendo gran parte della leadership iraniana e cercando di sottomettere il paese con i bombardamenti — mesi dopo che una rivolta popolare aveva minacciato seriamente il regime — Stati Uniti e Israele hanno neutralizzato gli elementi moderati del paese, rafforzando al contempo l’establishment militare più duro.

In altre parole, Trump è riuscito a rendere l’Iran peggiore per il suo popolo e più pericoloso per il mondo.

La tregua che non porta chiarezza

La tregua iniziata l’8 aprile non ha portato alcuna chiarezza su come evolverà il conflitto. Anzi, la guerra è diventata ancora più confusa. Lo Stretto di Hormuz è stato aperto e chiuso più volte. Gli Stati Uniti hanno istituito un «blocco navale» il cui vero scopo sembra essere la manipolazione del racconto: permette a Trump di affermare, in modo fantasioso, di essere il motivo per cui il cruciale corridoio di navigazione rimane chiuso. Allo stesso tempo, le motovedette iraniane — parte di una flotta che Trump e il segretario alla «Guerra» Pete Hegseth hanno dichiarato più volte di aver distrutto — continuano a molestare le navi e persino a sequestrare cargo.

Le conseguenze della chiusura dello stretto sono immense e potrebbero, dati i volumi di petrolio e merci che lo attraversano, causare una crisi globale. Eppure, la strategia americana sembra basarsi su un calcolo sbagliato: credere che la pressione economica possa piegare l’Iran senza scatenare una reazione ancora più destabilizzante.

Chi sta davvero vincendo?

La risposta non è scontata. Mentre Trump cerca di vendere una vittoria che non esiste, l’Iran dimostra una resilienza che sorprende molti osservatori. La chiusura dello Stretto di Hormuz, lungi dall’essere un segno di debolezza, si è rivelata un’arma efficace per esercitare pressione economica globale. Allo stesso tempo, la leadership iraniana ha rafforzato il proprio controllo interno, eliminando le voci moderate e consolidando il potere dei falchi militari.

Per Trump, la situazione si sta trasformando in un vicolo cieco strategico. L’estensione della tregua è un riconoscimento implicito che la sua strategia non sta funzionando. E mentre il presidente cerca di distrarre l’opinione pubblica con dichiarazioni trionfalistiche, la realtà sul campo racconta una storia diversa: una guerra che sta diventando sempre più ingestibile, con conseguenze imprevedibili per la sicurezza globale.

«Trump ha scelto la via della ritirata, ma la guerra che ha iniziato non si ferma con un tweet. L’Iran non sta collassando: sta resistendo, e sta costringendo gli Stati Uniti a fare i conti con una realtà che non aveva previsto.»

— Analisi geopolitica, New York Times

Le prossime mosse: cosa potrebbe succedere

Gli scenari futuri sono incerti, ma alcuni elementi chiave emergono:

  • Prolungamento del conflitto: Se la tregua dovesse fallire, gli attacchi aerei potrebbero riprendere con maggiore intensità, rischiando di coinvolgere ulteriori attori regionali.
  • Crisi economica globale: La chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe portare a un’impennata dei prezzi dell’energia, con ripercussioni su scala mondiale.
  • Instabilità interna negli USA: La crescente opposizione alla guerra potrebbe costringere Trump a rivedere ulteriormente la sua posizione, rischiando di compromettere la sua credibilità.
  • Rafforzamento dell’Iran: Nonostante le perdite, il regime iraniano potrebbe emergere più coeso e determinato, con una leadership militare ancora più potente.

Una cosa è certa: la guerra in Iran non si concluderà con una vittoria militare statunitense. E più Trump cerca di dipingere un quadro trionfalistico, più la realtà si allontana dalla sua narrazione.