Un recente studio pubblicato sulla rivista JAMA Network Open suggerisce che la vitamina D potrebbe aiutare a ritardare o prevenire la progressione del diabete di tipo 2, ma solo in persone con determinate varianti genetiche.

Negli Stati Uniti, oltre due adulti su cinque soffrono di prediabete, una condizione caratterizzata da livelli di zucchero nel sangue superiori alla norma, che spesso evolve in diabete di tipo 2. I dati della ricerca hanno evidenziato che gli adulti prediabetici con specifiche varianti del gene del recettore della vitamina D presentano un rischio inferiore del 19% di sviluppare il diabete se assumono una dose giornaliera elevata di vitamina D.

I risultati dello studio

La scoperta potrebbe rivoluzionare l’approccio terapeutico, offrendo soluzioni più personalizzate per i circa 115 milioni di americani che convivono con il prediabete. I ricercatori hanno analizzato i dati del D2d Study, un ampio trial clinico multicentrico che ha coinvolto oltre 2.000 adulti statunitensi con prediabete. Ai partecipanti è stata somministrata una dose giornaliera di 4.000 unità di vitamina D o un placebo, per verificare se l’integrazione potesse ridurre il rischio di diabete in questa popolazione ad alto rischio.

Inizialmente, il trial non aveva rilevato una significativa riduzione del rischio di diabete tra tutti i partecipanti. Tuttavia, come spiega Bess Dawson-Hughes, autrice principale dello studio e scienziata senior presso il Jean Mayer USDA Human Nutrition Research Center on Aging della Tufts University:

«Il diabete comporta gravi complicanze che si sviluppano lentamente nel corso degli anni. Se riuscissimo a ritardare il periodo in cui una persona vive con questa condizione, potremmo prevenire o attenuare alcuni degli effetti dannosi».

Il ruolo della genetica

Un’analisi precedente del D2d Study aveva già evidenziato che livelli ematici di 25-idrossivitamina D compresi tra 40 e 50 ng/mL erano associati a una riduzione progressiva del rischio di diabete. La vitamina D, una volta circolante nel sangue, viene convertita nella sua forma attiva e si lega al recettore della vitamina D, una proteina che consente alle cellule di rispondere alla vitamina.

I ricercatori hanno ipotizzato che le differenze genetiche in questo recettore potessero spiegare perché alcune persone traggono beneficio dalla vitamina D mentre altre no. Le cellule del pancreas che producono insulina possiedono recettori per la vitamina D, suggerendo che questa possa influenzare il rilascio di insulina e il controllo della glicemia.

Per il nuovo studio, Dawson-Hughes e il suo team hanno analizzato i dati genetici di 2.098 partecipanti che avevano acconsentito a test del DNA, suddividendoli in due gruppi: coloro che beneficiavano dell’integrazione di vitamina D e coloro che non ne traevano vantaggio. Successivamente, hanno confrontato i tassi di risposta in base a tre varianti comuni del gene del recettore della vitamina D.

L’analisi ha rivelato che gli adulti con la variante AA del gene ApaI (circa il 30% della popolazione studiata) non hanno mostrato alcun beneficio dall’assunzione di alte dosi di vitamina D rispetto al placebo. Al contrario, gli adulti con le varianti AC o CC hanno registrato una significativa riduzione del rischio di sviluppare il diabete rispetto a chi assumeva il placebo.

Prospettive future

Questi risultati aprono la strada a un approccio più personalizzato nella prevenzione del diabete, consentendo di identificare i pazienti che potrebbero trarre maggior beneficio dall’integrazione di vitamina D. Tuttavia, gli autori sottolineano la necessità di ulteriori ricerche per confermare questi dati e valutare l’efficacia a lungo termine.

«Questa scoperta rappresenta un passo importante verso una medicina di precisione», conclude Dawson-Hughes. «Se riusciremo a identificare le persone che rispondono meglio alla vitamina D, potremo intervenire in modo mirato per prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete».