Nei prossimi giorni prenderà il via la selezione dei giurati nel tanto atteso processo Musk vs Altman. Al termine di questa fase, un tribunale federale di Oakland affiderà a nove cittadini comuni il compito di stabilire se OpenAI abbia effettivamente ingannato Elon Musk quando ha annunciato, e recentemente completato, la sua trasformazione in una società a scopo di lucro.
Oltre a essere l’occasione in cui due dei più influenti imprenditori della Silicon Valley affronteranno pubblicamente le proprie controversie, questo processo potrebbe avere ripercussioni di portata storica sull’intero settore dell’intelligenza artificiale.
Le origini della disputa
La controversia affonda le radici nel 2015, quando Sam Altman inviò una mail a Musk nella quale delineava la necessità di sviluppare l’IA al di fuori del controllo di Google. «Penso che sia inevitabile che l’umanità sviluppi l’intelligenza artificiale. Se deve succedere, è meglio che a farlo siano soggetti diversi da Google», scrisse Altman. «Ti sembra una buona idea avviare un progetto simile a quello del Progetto Manhattan, ma per l’IA, magari sotto l’egida di Y Combinator?»
Musk rispose poche ore dopo: «Probabilmente ne varrebbe la pena discuterne». Quello stesso anno, OpenAI venne fondata come organizzazione no-profit, con Altman e Musk come co-presidenti. Il suo obiettivo dichiarato era «avanzare l’intelligenza digitale in modo da massimizzare il beneficio per l’umanità, senza vincoli di profitto».
La svolta verso il profitto
Secondo la versione di OpenAI, già nel 2017 la maggior parte dei suoi membri, incluso Musk, aveva convenuto sulla necessità di creare una struttura a scopo di lucro per raccogliere gli investimenti necessari a perseguire la missione originale. Prima del suo abbandono del consiglio di amministrazione nel febbraio 2018, Musk avrebbe richiesto il controllo totale della società, con l’intenzione di fonderla con Tesla.
Dopo la sua uscita, nel 2019 OpenAI istituì una divisione a scopo di lucro, inizialmente organizzata con una struttura a «profitto limitato»: gli investitori potevano ottenere un rendimento massimo di 100 volte il capitale investito, mentre eventuali extra sarebbero confluiti nella no-profit. L’idea era che, in caso di raggiungimento dell’intelligenza artificiale generale (AGI), la no-profit ne sarebbe stata la principale beneficiaria.
Tuttavia, la crescita esponenziale di ChatGPT nel 2022 rese questa struttura insostenibile. Per finanziare ulteriori sviluppi, OpenAI dovette raccogliere miliardi: nel round di ottobre 2024 da 6,6 miliardi di dollari, la società accettò di liberare la divisione a scopo di lucro dal controllo della no-profit entro un periodo inferiore ai due anni.
«Il cuore di questo processo risiede nel fatto che OpenAI è nata come organizzazione no-profit, per poi trasformarsi in una società a scopo di lucro al fine di reperire i capitali necessari allo sviluppo tecnologico.»
— Professor Michael Dorff, direttore esecutivo del Lowell Milken Institute for Business Law
Le accuse di Musk e le possibili conseguenze
Musk ha accusato OpenAI di aver violato il proprio statuto originale, sostenendo che la trasformazione in società a scopo di lucro abbia danneggiato i suoi interessi e quelli dell’umanità. Il miliardario sostiene che la struttura attuale favorisca gli investitori a discapito della missione originaria.
Se i giurati dovessero accogliere le sue tesi, il caso potrebbe imporre a OpenAI di tornare a una governance più allineata ai principi no-profit, con implicazioni significative per il finanziamento e lo sviluppo dell’IA. Al contrario, una vittoria di OpenAI consoliderebbe il modello ibrido attuale, aprendo la strada a ulteriori round di finanziamento e a una competizione ancora più aggressiva nel settore.