Cosa ci rende davvero soddisfatti della vita? Forse l’amore, il successo professionale, il senso di appartenenza a una comunità o il potere. Nel corso della mia esistenza, ho creduto che la pubblicazione dei miei lavori, una nuova relazione, un appartamento diverso o persino un trasferimento all’estero potessero colmare quel vuoto. Alcune di queste aspettative si sono realizzate, altre no, e alcune, per fortuna, sono ormai alle spalle. Eppure, c’era sempre un altro traguardo da raggiungere, un obiettivo ancora più lontano. È per questo che mi sono sempre identificata con i romanzi di Gwendoline Riley.
L’autrice inglese, acuta osservatrice dell’insoddisfazione esistenziale, dà voce in opere come My Phantoms e Cold Water a personaggi femminili marginalizzati, intrappolati in un sistema che li respinge. Le sue protagoniste, spesso donne che lavorano nell’editoria o nella cultura, si muovono ai margini di un mondo sempre più ostile, travolte da dinamiche economiche e sociali che le spingono verso il basso. Le loro madri, sicure di sé in modo sospetto, trascorrono la pensione con un sorriso forzato e un profondo disprezzo per chi le circonda. Gli uomini nella loro vita – amanti, capi o padri assenti – invece, hanno la tendenza a sfogare le proprie frustrazioni su un mondo che percepiscono superficiale e incapace di apprezzare le loro visioni fallimentari.
In The Palm House, il suo ultimo romanzo pubblicato da The New York Review of Books, la protagonista è Laura, una scrittrice freelance che si barcamena tra lavori precari e collaborazioni con una rivista intellettuale di alto livello, Sequence. Siamo alla fine degli anni Dieci del Duemila, e la Brexit è appena stata approvata. La rivista, ora guidata da un nuovo direttore – un personaggio simile a Will Lewis, analfabeta funzionale con idee vaghe ma potenti amicizie – impone una svolta radicale. L’obiettivo è trasformare Sequence in una versione londinese del New Yorker, ma a farne le spese è Edmund Putnam, storico direttore che aveva dato a Laura la sua prima opportunità nel giornalismo e per il quale la rivista era stata l’intera sua vita adulta. Il futuro di Putnam, di Laura e persino del giornalismo stesso sembra improvvisamente incerto.
Tuttavia, questa crisi è solo l’inizio della riflessione di Riley. The Palm House è, in realtà, la storia di una vita precaria e profondamente condizionata dalle circostanze. Laura è cresciuta a Liverpool, in una casa condivisa con la nonna e la madre. In questa famiglia, ricorda, «c’era una forte inibizione nei confronti dei discorsi sostanziali», e ogni conversazione si riduceva a frasi fatte e cliché. La nonna sfogliava cataloghi di gadget, mentre la madre parlava con un accento straniero indefinibile, probabilmente appreso dalla televisione. Nessuna delle due aveva bisogno di un reale coinvolgimento da parte sua.
Le opere di Riley non si limitano a descrivere la delusione esistenziale: ne svelano le radici profonde, immerse in una società che premia l’apparenza e penalizza chi non si adatta. I suoi personaggi, pur consapevoli di essere stati emarginati, non riescono – o non vogliono – ammettere apertamente la propria sconfitta. È questa ambiguità, questa lotta silenziosa tra desiderio e realtà, a rendere i suoi romanzi così potenti e universali.