L’inflazione a marzo ha raggiunto il 3,5%, il valore più alto registrato negli ultimi tre anni, secondo i dati diffusi dal Dipartimento del Commercio statunitense. Il rialzo è stato trainato soprattutto dall’impennata dei prezzi della benzina, a sua volta influenzata dalle tensioni geopolitiche legate alla guerra in Iran.

Anche escludendo i prezzi volatili di energia e alimenti, l’inflazione si attesta comunque a un preoccupante 3,2%, confermando una tendenza al rialzo che preoccupa famiglie e imprese.

Di fronte a questi numeri, i repubblicani al Congresso hanno cercato di minimizzare l’impatto della crisi, proponendo una narrazione alternativa. Il senatore Tim Scott del South Carolina ha invitato gli americani a guardare al futuro piuttosto che alla situazione attuale, affermando in un’intervista a Fox Business:

«Tutti i segnali dell’economia sono positivi. I prezzi della benzina stanno scendendo, e questo porterà a un calo anche dei prezzi dei generi alimentari. Abbiamo molti segnali incoraggianti.»

Una posizione che stride con la realtà dei dati, soprattutto alla luce delle dichiarazioni di Tim Burchett, deputato repubblicano del Texas, il quale ha attribuito la colpa dell’aumento dei prezzi alle società petrolifere:

«Il problema è la greed delle compagnie petrolifere. Noi non compriamo petrolio dall’Iran, che lo esporta soprattutto in Cina. Sono loro a speculare sui prezzi. La colpa è del Congresso.»

Burchett, membro del Congresso dove i repubblicani detengono la maggioranza in entrambe le camere, ha poi aggiunto:

«Smettila di dirmi che “il petrolio è una commodity, Burchett, non capisci”. Non sosteniamo altre materie prime con miliardi di dollari in sgravi e incentivi. Perché allora non facciamo lo stesso con il petrolio?»

La sua analisi, tuttavia, sembra ignorare le dinamiche globali: il prezzo del greggio è in aumento anche a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, che rende più difficile l’export. Burchett stesso, in passato, aveva attribuito la colpa dell’aumento dei prezzi alla guerra in Ucraina e all’amministrazione Biden. Nel 2022, in un’intervista a Newsmax, aveva dichiarato:

«La guerra in Ucraina e le politiche di Biden hanno fatto schizzare i prezzi della benzina.»

Steve Scalise, leader repubblicano della Louisiana, ha provato a difendere la posizione del partito durante un’intervista a CNBC, ma con risultati poco convincenti. Interrogato sull’inflazione dal conduttore Joe Kernen, Scalise ha affermato:

«Due anni fa pagavamo quasi 6 dollari al gallone. Ora siamo sui 3 dollari. È un calo del 50%.»

Kernen ha subito contestato la sua affermazione:

«Quando mai abbiamo pagato 6 dollari al gallone?»

In realtà, il picco dei prezzi si era registrato a 4,93 dollari al gallone nel giugno 2022, sotto l’amministrazione Biden. Scalise ha quindi corretto la sua stima:

«Due anni e mezzo fa. Non era il prezzo medio?»

«Oggi siamo il 30% sotto i livelli di due anni fa»

ha ribattuto, riducendo di 20 punti la sua precedente affermazione. Kernen ha replicato con ironia:

«Sembra che tu fossi in vacanza in California. Due anni fa, ad aprile 2024, il prezzo era a 3,65 dollari. Siamo effettivamente sopra quei livelli.»

Scalise ha quindi ammesso che, in realtà, i prezzi erano ben oltre i 5 dollari al gallone sotto Biden, ma ha generalizzato la sua tesi sostenendo che i prezzi sono ora in calo rispetto al passato.

Brian Babin, altro deputato repubblicano del Texas, ha invece celebrato i presunti successi dell’era Trump, affermando in un’intervista a MeidasTouch:

«I prezzi della benzina sono crollati in modo drammatico da quando Trump è entrato in carica. Il presidente mantiene le sue promesse.»

Interrogato su una valutazione delle politiche economiche dell’ex presidente, Babin ha risposto con un generico:

«Le promesse sono state mantenute.»

Una posizione che, anche in questo caso, stride con i dati ufficiali e le dichiarazioni passate dello stesso partito.