Quanto sono efficaci le lunghe pene detentive nel prevenire il crimine? Secondo la ricerca dell’economista Jennifer Doleac, molto meno di quanto si creda. In un’intervista esclusiva con Reason, Doleac, vicepresidente esecutivo per la giustizia penale presso Arnold Ventures e autrice del libro The Science of Second Chances, spiega perché il sistema giudiziario dovrebbe concentrarsi su soluzioni alternative, come l’aumento dei tassi di risoluzione dei casi e l’offerta di seconde possibilità ai primi rei.

Perché le pene detentive non bastano

Doleac sottolinea che le lunghe condanne non solo non scoraggiano efficacemente il crimine, ma spesso peggiorano la situazione. «Molte persone credono che incarcerare i colpevoli per decenni sia la soluzione, ma i dati mostrano che questo approccio non riduce la recidiva», afferma. Al contrario, la sua ricerca evidenzia come la priorità dovrebbe essere quella di aumentare i tassi di risoluzione dei casi, attualmente sorprendentemente bassi. «Se risolviamo più crimini, mandiamo un messaggio chiaro: chi commette reati verrà identificato e affrontato», spiega.

Le seconde possibilità funzionano

Un altro punto chiave della ricerca di Doleac riguarda l’impatto delle seconde possibilità. Contrariamente a quanto si possa pensare, offrire clemenza ai primi rei non aumenta la criminalità. Anzi: i dati dimostrano che la recidiva diminuisce quando i primi colpevoli ricevono trattamenti più miti. «Le politiche di clemenza ben strutturate possono ridurre il crimine fino al 30%», afferma l’economista. Tuttavia, questo approccio rimane controverso, soprattutto in un clima politico polarizzato.

Le politiche che falliscono e quelle che funzionano

Doleac analizza anche alcune politiche benintenzionate ma controproducenti, come il movimento "Ban the Box", che vieta di chiedere ai candidati lavoro se hanno precedenti penali. «Questa misura può avere effetti opposti a quelli desiderati», spiega. «Se un datore di lavoro non sa di un precedente, potrebbe assumere qualcuno che poi si rivela inadatto al ruolo, portando a licenziamenti e frustrazione».

Al contrario, Doleac sostiene che le politiche di riabilitazione e reinserimento siano molto più efficaci. Programmi come la formazione professionale e il supporto psicologico durante la detenzione hanno dimostrato di ridurre la recidiva fino al 20%.

L’economia come chiave per una giustizia migliore

Secondo Doleac, l’economia offre un quadro prezioso per riformare il sistema giudiziario. «Allineare gli incentivi è fondamentale», afferma. «Se i pubblici ministeri vengono valutati in base al numero di condanne ottenute piuttosto che alla qualità delle loro decisioni, il sistema diventa inefficiente». La sua ricerca suggerisce che premi per la risoluzione dei casi e sanzioni per le condanne ingiuste potrebbero migliorare notevolmente i risultati.

Le domande chiave dell’intervista

  • Qual è il rapporto tra economia e giustizia penale? L’economia fornisce strumenti per analizzare costi e benefici delle politiche giudiziarie.
  • Perché i tassi di risoluzione dei casi sono così bassi? Manca spesso la volontà politica e le risorse per investigare a fondo i reati.
  • Le prigioni dovrebbero essere più confortevoli? Il comfort non è il problema principale; la qualità dei programmi di riabilitazione sì.
  • Quali sono le opinioni politiche ed economiche di Doleac? Sostiene riforme basate su dati concreti, non su ideologie.

Conclusioni: verso un sistema più efficace

La ricerca di Jennifer Doleac offre una prospettiva rivoluzionaria sulla giustizia penale: meno pene detentive lunghe e più investimenti in risoluzione dei casi, riabilitazione e seconde possibilità. «Il nostro obiettivo non dovrebbe essere punire di più, ma punire meglio», conclude. «Solo così possiamo costruire un sistema che sia sia giusto che efficace».

Fonte: Reason