Mentre il mondo si abitua a convivere con assistenti vocali come Siri e Alexa, una nuova abitudine sta spopolando tra i lavoratori del tech: parlare in segreto ai propri computer, spesso con l’aiuto di strumenti di intelligenza artificiale.
Secondo un recente report del Wall Street Journal, sempre più persone stanno abbandonando la tastiera per affidarsi alla dettatura vocale, una tendenza che, se da un lato semplifica il lavoro, dall’altro rischia di minare le basi dell’etica sociale e della privacy.
Il fenomeno non è più confinato agli spazi privati: uffici, caffè affollati e persino mezzi pubblici stanno diventando palcoscenici di conversazioni a bassa voce con dispositivi tecnologici, spesso senza che chi ci circonda possa capire se si tratta di una chiamata, di un ordine a un assistente virtuale o di una sessione di lavoro con l’AI.
Quando la dettatura vocale diventa un problema
La storia di Mollie Amkraut Mueller, imprenditrice nel settore dell’AI e cofondatrice di una startup, ne è un esempio emblematico. Il marito si è detto allarmato quando, dopo aver messo a letto la figlia, la moglie ha iniziato a bisbigliare al computer utilizzando l’applicazione Wispr Flow, un tool di dettatura vocale potenziato dall’intelligenza artificiale. Per non rinunciare a questa abitudine, la coppia ha trovato una soluzione insolita: lavorare in stanze separate durante la notte.
«Se dobbiamo lavorare di sera, uno di noi rimane in ufficio», ha dichiarato Amkraut Mueller al WSJ. La sua non è un’esperienza isolata: nel settore tech, e in particolare tra i professionisti più giovani, la dettatura vocale sta diventando una moda, se non addirittura una necessità.
L’ufficio del futuro? Un luogo di chiacchiere con l’AI
Edward Kim, cofondatore dell’azienda di risorse umane Gusto, ha incoraggiato i suoi dipendenti a sperimentare con gli strumenti di dettatura, arrivando a sostenere che gli uffici del futuro «sembreranno più una sala vendite».
«Ora parlo al mio computer in continuazione», ha affermato Kim. Tuttavia, se in privato questa abitudine può ricordare Tony Stark che dialoga con Jarvis, in ufficio può risultare quantomeno imbarazzante. «È un po’ strano», ha ammesso.
Anche i dipendenti di Ramp, una startup di carte di credito, hanno adottato questa pratica: indossano cuffie da gaming alla scrivania per comunicare con assistenti AI, trasformando gli spazi lavorativi in ambienti dove il silenzio è rotto solo da mormorii tecnologici.
Il lato oscuro della dettatura: privacy e percezione pubblica
Mentre le aziende di dettatura vocale, come Wispr – valutata circa 700 milioni di dollari –, promuovono guide su come «dettare in modo discreto» in ufficio, in caffè o sui mezzi pubblici, il fenomeno solleva interrogativi sulla privacy e sull’etichetta sociale.
Tanay Kothari, fondatore di Wispr, ha raccontato al WSJ che i suoi dipendenti «girano per l’ufficio parlando ai loro computer, senza bisogno di stare seduti alla scrivania». Una comodità che, però, rischia di essere fraintesa da chi non è abituato a questo nuovo modo di lavorare.
D’altronde, se da un lato la dettatura vocale rappresenta un passo avanti per l’accessibilità e la produttività, dall’altro normalizza comportamenti che potrebbero risultare invasivi o poco rispettosi nei confronti degli altri. Come sottolineato da molti osservatori, la tecnologia sta erodendo non solo le regole di convivenza sociale, ma anche la nostra capacità di distinguere tra ciò che è pubblico e ciò che è privato.