Le primarie non partigiane in California stanno mostrando tutti i loro limiti. Il sistema, progettato per favorire candidati moderati e ridurre l’influenza delle fazioni estreme, sta invece creando confusione e divisioni tra gli elettori.
Durante il dibattito televisivo organizzato da CNN lo scorso 5 maggio 2026 presso l’East Los Angeles College, sei candidati alla carica di governatore dello stato — Katie Porter, Tom Steyer, Steve Hilton, Chad Bianco, Xavier Becerra e Matt Mahan — si sono confrontati su temi chiave come economia, sanità e istruzione. Tuttavia, il dibattito ha evidenziato quanto sia difficile per gli elettori distinguere tra le posizioni dei candidati in un contesto privo di una chiara appartenenza partitica.
Il sistema delle primarie non partigiane, introdotto in California nel 2010, prevede che tutti i candidati, indipendentemente dal loro orientamento politico, concorrano in un’unica tornata elettorale. I due più votati, indipendentemente dall’affiliazione di partito, accedono poi al ballottaggio generale. L’obiettivo era quello di promuovere candidati più centrati e meno polarizzati, ma i risultati finora ottenuti sono contrastanti.
Secondo gli analisti politici, il principale problema di questo modello è la frammentazione del voto. Con sei candidati in campo, nessuno dei quali rappresenta un partito ben definito, gli elettori faticano a identificare chiaramente le posizioni politiche dei singoli. Questo porta a una sovrapposizione di programmi, rendendo difficile per gli elettori capire chi sostiene davvero le loro priorità.
I rischi del sistema non partigiano
Uno dei principali rischi delle primarie non partigiane è la perdita di rappresentanza. Senza un’etichetta partitica chiara, i candidati possono spostare le loro posizioni verso il centro per attrarre voti, perdendo così l’identità politica che li distingue. Inoltre, il sistema favorisce i candidati con maggiore visibilità mediatica, spesso a discapito di quelli con proposte più solide ma meno esposizione.
Un altro aspetto critico è la bassa affluenza alle urne. Gli elettori, abituati a votare per un partito ben preciso, faticano a orientarsi in un contesto in cui le alleanze politiche non sono scontate. Questo può portare a una delega del voto a candidati meno preparati o a strategie di voto tattico, che non sempre rispecchiano le reali preferenze dell’elettorato.
Un modello da rivedere?
Il dibattito sulle primarie non partigiane non è nuovo, ma la situazione in California sta diventando un caso di studio per molti Stati americani. Alcuni esperti suggeriscono di introdurre soglie di accesso o di limitare il numero di candidati per ridurre la frammentazione. Altri propongono di tornare a un sistema più tradizionale, in cui i partiti hanno un ruolo centrale nella selezione dei candidati.
Quel che è certo è che, almeno per ora, il modello californiano non sembra funzionare come previsto. Con sei candidati in lizza e un elettorato sempre più confuso, il rischio è quello di avere una rappresentanza politica debole e poco rappresentativa delle reali esigenze dei cittadini.
«Le primarie non partigiane possono sembrare una soluzione democratica, ma in pratica rischiano di creare più problemi di quanti ne risolvano. La mancanza di una chiara appartenenza partitica rende difficile per gli elettori prendere decisioni informate.»
— Analista politico, Università della California