I protocolli di privacy delle criptovalute sono immuni agli attacchi quantistici che minacciano Bitcoin e altri asset digitali. Questo è quanto emerge da una ricerca guidata da Coinbase, condotta insieme a studiosi di Stanford e della Fondazione Ethereum, e condivisa con DL News.

I sistemi di proof a conoscenza zero, come le reti Aleo e Aztec, e i servizi di mixing come Railgun e PrivacyPools, si basano su sistemi informazionali teorici che garantiscono sicurezza anche contro attacchi di computer quantistici infinitamente potenti. La loro resilienza non dipende dalla crittografia, ma dalla struttura e condivisione delle informazioni.

Il pericolo quantistico per Bitcoin e criptovalute

Le preoccupazioni per l'avanzamento dell'hardware di calcolo quantistico stanno crescendo. A gennaio, esponenti di spicco di Wall Street, tra cui il CEO di UBS Sergio Ermotti, il responsabile strategico azionario di Jefferies Christopher Wood e il gestore di hedge fund Ray Dalio, hanno lanciato l'allarme sulla vulnerabilità di Bitcoin.

A marzo, Google ha scosso il mondo delle criptovalute con un report che avverte: nuovi computer quantistici potrebbero violare le protezioni crittografiche di Bitcoin, Ethereum e altre criptovalute in appena nove minuti.

«Siamo fermamente convinti che un computer quantistico su larga scala e tollerante ai guasti verrà costruito in futuro. Le blockchain devono prepararsi a questo scenario», si legge nello studio.

Tuttavia, gli autori sottolineano che la minaccia non è imminente e che la preparazione, non il panico, è la risposta corretta. Anche la società di brokeraggio Bernstein ha condiviso questa visione, definendo il computing quantistico ad aprile come «né esistenziale, né nuovo, e nemmeno limitato alle criptovalute».

Quali asset sono più a rischio?

Secondo i ricercatori, gli asset più esposti sono quelli protetti da firme a curva ellittica, in cui la chiave pubblica è già visibile sulla blockchain. Bitcoin è un esempio emblematico: circa 6,9 milioni di coin sono detenuti in indirizzi le cui chiavi pubbliche sono state rivelate. Di questi, 1,7 milioni appartengono a output pay-to-public-key, inclusi i primi coin dell'era Satoshi.

Se un computer quantistico sufficientemente potente dovesse essere sviluppato, queste chiavi potrebbero essere decifrate e compromesse. Gli indirizzi più ricchi, alcuni con oltre 1.000 Bitcoin, sarebbero i primi obiettivi logici.

Lo studio suggerisce che questi indirizzi fungono da «canarino nella miniera». Se dovessero muovere fondi in modo inaspettato, i mercati capirebbero che qualcosa di epocale è successo.

Una ricerca di Chaincode Labs stima che tra il 20% e il 50% di tutti i Bitcoin in circolazione — circa 900 miliardi di dollari — potrebbero essere vulnerabili in uno scenario simile.

Le contromisure in atto

Per affrontare queste vulnerabilità, i contributori di Bitcoin stanno avanzando proposte come BIP360 per rafforzare le firme prima che il rischio si materializzi. La Fondazione Ethereum ha pubblicato un piano in quattro fasi per aggiornare la sua rete del valore di 260 miliardi di dollari entro il 2030.

Fonte: DL News