I cittadini della Virginia hanno approvato ieri, con un margine risicato, una riforma che consente allo stato di derogare alle normali procedure di redistricting. L’obiettivo dichiarato è ridefinire i distretti congressuali statali, passando da un equilibrio 6-5 a favore dei democratici a un netto 10-1 per i repubblicani.
La mossa, tuttavia, non è stata criticata solo per il suo carattere marcatamente partigiano, ma soprattutto per la mancata chiarezza con cui è stata presentata agli elettori. Il quesito referendario, infatti, non solo non ha reso esplicito l’obiettivo della riforma, ma ha anzi cercato di mascherarlo con una formula ambigua: «ristabilire la fairness nelle prossime elezioni».
Il testo proposto agli elettori recitava:
«Si dovrebbe emendare la Costituzione della Virginia per consentire all’Assemblea Generale di adottare temporaneamente nuovi distretti congressuali al fine di ristabilire la fairness nelle prossime elezioni, garantendo che il processo standard di redistricting venga ripristinato per tutte le future redistribuzioni dopo il censimento del 2030?»
La domanda sorge spontanea: una manipolazione elettorale così marcata può davvero essere considerata un atto di «fairness»? La risposta, ovviamente, è soggettiva e dipende dal punto di vista. Tuttavia, è innegabile che la formulazione del quesito sia stata studiata per minimizzare l’impatto percepito della riforma, rendendo difficile per gli elettori comprendere le reali conseguenze del voto.
Non è ancora chiaro se la riforma rispetti appieno le normative statali e federali in materia di referenda. Tuttavia, non stupirebbe se i legali democratici stessero già valutando un ricorso legale, considerato il carattere marcatamente partigiano della manovra.