Il 24 aprile, il Consiglio Amministrativo per la Difesa Economica (CADE) del Brasile ha annunciato l’apertura di un’indagine per valutare se l’uso dei contenuti di attualità da parte di Google costituisca una pratica di concorrenza sleale nei confronti della stampa brasiliana. La decisione è stata accolta con favore dalle organizzazioni della società civile che da anni chiedono regolamentazioni per limitare il potere incontrollato delle Big Tech.
L’Ajor, Associazione Brasiliana di Giornalismo Digitale, ha sottolineato che «un rapporto equilibrato tra piattaforme digitali e organizzazioni giornalistiche è fondamentale per lo sviluppo di un giornalismo orientato all’interesse pubblico. Assicurando un ambiente competitivo equo, il CADE avanza direttamente verso questo obiettivo».
L’indagine del CADE su Google richiama, per intenti e principi, la normativa australiana che ha riconosciuto lo sfruttamento non proporzionato dei contenuti editoriali da parte delle piattaforme digitali. In Brasile, il dibattito è in corso dal 2019, ma l’introduzione delle AI Overviews ha modificato la prospettiva dei giudici locali. Queste sintesi artificiali, che aggregando informazioni da più fonti appaiono in cima ai risultati di ricerca di Google, «sollevano preoccupazioni ancora più rilevanti», ha dichiarato la giudice Camila Cabral Pires Alves, «poiché potrebbero alterare in modo più profondo la funzione economica dell’interfaccia e ampliare la capacità di trattenere l’attenzione all’interno dell’ambiente della piattaforma».
Ora il CADE valuterà se sanzionare Google per «presunta sfruttamento abusivo di posizione dominante, alla luce dell’evoluzione tecnologica delle condotte».
La resistenza delle Big Tech e le pressioni sui giudici
Sebbene a livello globale cresca la volontà di regolamentare l’impatto dell’intelligenza artificiale – anche l’amministrazione Trump ha recentemente ammesso la necessità di una qualche forma di supervisione –, i giudici del CADE sono stati oggetto di forti pressioni da parte dei vertici delle Big Tech affinché interrompessero le indagini su come il controllo del mercato da parte di queste aziende danneggi le imprese brasiliane.
Per chi si occupa di monitorare le Big Tech, questa strategia di lobbying aggressivo non sorprende. Colossi come Google, Meta, Twitter, TikTok, Amazon e Microsoft da tempo cercano di influenzare decisioni legislative o normative che possano danneggiare i loro interessi in America Latina. Secondo un’inchiesta congiunta di giornalisti di 13 paesi, i lobbisti delle Big Tech sono riusciti a convincere i legislatori colombiani a indebolire una norma volta a proteggere la salute mentale dei minori e a ostacolare l’applicazione delle regolamentazioni sulla privacy in Ecuador. Solo un team di oltre 40 giornalisti, provenienti da 13 paesi, è riuscito a svelare questi meccanismi nell’ambito di un’investigazione sul «lobbying delle Big Tech» in America Latina e nel mondo.
Le minacce del governo statunitense di ritorsioni economiche contro qualsiasi paese o entità internazionale che cerchi di regolamentare le Big Tech hanno ulteriormente complicato un rapporto già asimmetrico con la Silicon Valley. «Le tasse digitali, la legislazione sui servizi digitali e le regolamentazioni sui mercati digitali sono tutte progettate per danneggiare o discriminare le tecnologie americane», ha scritto Donald Trump su un social network. «Mostrate rispetto per l’America e le nostre straordinarie aziende tecnologiche, o considerate le conseguenze!».
Negli ultimi dodici mesi, gli inviati di Trump hanno costretto decine di governi in tutto il mondo a diluire o addirittura accantonare normative in cambio della revoca di dazi commerciali.
«Le mani invisibili delle Big Tech agiscono nell’ombra, influenzando leggi e politiche per proteggere i loro interessi economici, spesso a discapito della concorrenza leale e dell’innovazione locale».