La Corte Suprema degli Stati Uniti ha recentemente stabilito che alcuni dazi applicati durante l’amministrazione Trump erano illegali, aprendo la strada a rimborsi federali per le aziende che li avevano pagati. Tra queste c’è General Motors, che ha annunciato di aspettarsi un rimborso di circa 500 milioni di dollari per le tasse doganali versate su veicoli e componenti importati.

La notizia ha spinto l’azienda a revisionare al rialzo le proprie previsioni finanziarie per il 2026, portando il fatturato atteso tra 13,5 e 15,5 miliardi di dollari entro la fine dell’anno. Tuttavia, GM stima ancora costi doganali lordi compresi tra 2,5 e 3,5 miliardi di dollari, una cifra inferiore di mezzo miliardo rispetto alle stime precedenti.

La decisione della Corte ha annullato alcune tariffe imposte tramite il International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), consentendo alle imprese di richiedere il rimborso dei dazi pagati. Tuttavia, la misura ha scatenato polemiche: molte aziende, tra cui i costruttori automobilistici, avevano già trasferito il peso dei dazi sui prezzi di vendita, scaricando il costo sui consumatori. Ora, mentre le imprese ricevono rimborsi milionari, i cittadini si sentono doppiamente penalizzati, soprattutto perché è improbabile che i prezzi dei prodotti vengano ridotti.

In una lettera agli azionisti, la CEO di GM Mary Barra ha confermato che l’azienda si aspetta di ricevere circa 500 milioni di dollari dal governo federale. GM è uno dei maggiori importatori di veicoli e componenti negli Stati Uniti, nonostante sia considerata un’azienda “domestica”. Una parte significativa delle importazioni proviene da fornitori nordamericani (Canada e Messico), che potrebbero beneficiare di esenzioni previste dall’USMCA.

Attualmente, sono circa 330.000 le aziende statunitensi che hanno presentato domanda di rimborso ai sensi dell’IEEPA. Inizialmente, si era ipotizzato che i costruttori automobilistici non fossero eleggibili, ma la realtà ha smentito questa previsione. Anche l’ex presidente Donald Trump ha dichiarato che avrebbe “ricordato” i marchi statunitensi che non avessero richiesto i rimborsi, ma è improbabile che un’azienda, soprattutto di grandi dimensioni, rinunci a milioni di dollari di benefici.

La vicenda solleva anche questioni di equità. Durante la pandemia, molte imprese hanno ottenuto quasi un trilione di dollari di aiuti federali tramite il Paycheck Protection Program (PPP), un programma destinato in teoria a sostenere piccole imprese, non profit e lavoratori autonomi. Tuttavia, indagini successive hanno rivelato un diffuso abuso del sistema, con multinazionali che hanno sfruttato i fondi senza rispettare i requisiti previsti. La corruzione è stata talmente estesa che il governo ha esteso a 10 anni la prescrizione per frode bancaria e frode telematica legate ai prestiti PPP.

Nonostante le critiche, GM e altre aziende continuano a beneficiare dei rimborsi, mentre i consumatori restano in attesa di eventuali riduzioni dei prezzi. La vicenda mette in luce le contraddizioni di un sistema in cui le imprese ricevono aiuti pubblici, ma i cittadini non vedono un ritorno tangibile in termini di costi più accessibili.