Hollywood non è più quella di vent'anni fa. Quando 'Il Diavolo veste Prada' debuttò nel 2006, non esistevano sequel, remake o reboot come norma per i blockbuster estivi. Il film originale, candidato all'Oscar per Meryl Streep, si basava su un bestseller di successo, ma anche quella era un'epoca in cui adattare romanzi pettegoli per un pubblico sofisticato era la prassi, non l'eccezione.
Oggi, invece, il sequel 'Il Diavolo veste Prada 2' si apre con la celebre 'Fox Fanfare', ma ora sotto il logo di 20th Century Studios. Un dettaglio che sottolinea quanto sia cambiato il panorama: anche Miranda Priestly, interpretata da Streep, sembra arrancare in un'industria che non perdona. Non c'è spazio per la simpatia verso il 'diavolo' di un tempo, ma solo per un elogio struggente a chi, nel mondo dei media, cerca ancora di creare qualcosa di autentico.
Un omaggio al giornalismo scritto
I critici hanno subito colto il tributo del film al giornalismo di carta. Nonostante la campagna marketing abbia puntato sull'entusiasmo per il ritorno di Streep con il suo iconico taglio di capelli argenteo, insieme ad Anne Hathaway ed Emily Blunt, il cuore della pellicola risiede nella sua romantica celebrazione del mestiere di giornalista. E, per estensione, di chi, come i registi, sente la mancanza dell'arte di raccontare storie invece di limitarsi a curare contenuti.
La trama si snoda intorno a una crisi esistenziale: la rivista Runway, ispirata a Vogue e agli ambienti di Anna Wintour, è in ginocchio. Miranda Priestly, ora CEO indecisa, è costretta ad assumere Andy Sachs (Hathaway) come nuova caporedattrice delle features. Non per convinzione, ma perché Andy ha tenuto un discorso appassionato e virale su TikTok in difesa del giornalismo scritto, poco prima di essere licenziata mentre riceveva un premio per il suo lavoro. Una situazione che, oltre a ricucire il rapporto tra Miranda e Andy, riflette l'incertezza e il cinismo che permeano le redazioni da New York a Los Angeles, da Londra a Washington. E non parliamo delle piccole città, dove i giornali locali sono ormai un ricordo.
Come osserva il direttore di moda di Runway, interpretato da Stanley Tucci, con sarcasmo:
«Runway non è più una rivista».C'è ancora un giornale, ma a malapena qualcuno lo legge. Oggi è un portafoglio di contenuti progettati per essere consumati distrattamente, magari mentre si è in bagno. «Una volta facevo servizi fotografici di quattro settimane in Africa ogni anno», si lamenta Tucci. «Ora produciamo video di 15 secondi per Instagram».
Un film che riflette la nostra epoca
Il sequel non è solo un nostalgico ritorno ai personaggi iconici, ma una riflessione amara su un'industria che ha perso la sua anima. Mentre i media tradizionali lottano per sopravvivere e i social media dominano la scena, 'Il Diavolo veste Prada 2' si interroga su cosa rimane dell'arte del racconto e della creatività in un mondo ossessionato dai numeri e dall'engagement. Un film che, pur con leggerezza, non nasconde la sua amarezza per un'epoca in cui anche la moda e il cinema sembrano aver dimenticato il loro ruolo di ambasciatori della cultura.