Dopo due settimane in Giappone, il viaggio è stato memorabile, ma non solo per i bei momenti trascorsi. Il Paese sta affrontando una crescente crisi di sovraffollamento turistico, e io stesso, come molti altri visitatori, ne sono stato parte attiva. Non è un’accusa, ma una constatazione: il turismo di massa sta cambiando il volto del Giappone, e non sempre in meglio.
Ho iniziato a viaggiare in Giappone quasi vent’anni fa. Il mio primo viaggio risale al 2007, quando ero a Tokyo per il Tokyo Games Show. Da allora, ho visitato il Paese più volte: per lavoro, per il mio viaggio di nozze nel 2009 e, nel 2014, con i miei figli, allora molto piccoli. Quella esperienza fu così positiva che per anni abbiamo cercato di tornarci, ma solo nel 2026, dopo una serie di impegni lavorativi, la pandemia e una crisi inflazionistica, siamo riusciti a organizzare un nuovo viaggio, grazie a un rimborso fiscale e a un incarico professionale.
Le mie aspettative erano ancora legate agli anni 2000 e 2010, quando il Giappone era una meta per pochi: pochi parlavano inglese, i pagamenti in contanti erano la norma e la rete ferroviaria era difficile da navigare. Oggi, invece, il Paese è radicalmente cambiato. Negli ultimi dieci anni, il Giappone ha investito pesantemente nel turismo per sostenere un’economia in difficoltà, riducendo i costi dei voli e potenziando i servizi in inglese. Anche se i Giochi Olimpici di Tokyo non hanno portato i turisti sperati, le infrastrutture sono rimaste, rendendo il viaggio più accessibile che mai.
Nel 2025, il Giappone ha registrato oltre 40 milioni di visitatori internazionali, un record assoluto. Il turismo è diventato la seconda industria di esportazione del Paese, dopo l’automotive. Pagare con carta contactless è ormai ovunque, molti giapponesi – soprattutto i giovani – parlano inglese e Google Translate è diventato uno strumento indispensabile per comunicare. Eppure, questa crescita ha un prezzo: il sovraffollamento di alcune città e attrazioni, e la crescente insofferenza dei locali verso comportamenti irrispettosi da parte dei turisti.
Il problema non è solo il numero di visitatori, ma il modo in cui alcuni di loro si comportano. I social media hanno amplificato atteggiamenti incivili: persone che si scattano selfie in luoghi vietati, che ignorano le regole basilari di rispetto o che si comportano come se fossero a casa propria. Questi comportamenti non solo rovinano l’esperienza di viaggio, ma stanno anche alimentando un malcontento crescente tra i giapponesi.
Il Giappone ha sempre puntato sull’ospitalità, ma ora si trova a dover gestire una situazione che rischia di compromettere la sua reputazione. Il turismo è una risorsa economica fondamentale, ma senza un cambiamento culturale da parte dei visitatori, il rischio è che il Paese perda quello che lo rende unico: la sua cultura del rispetto e dell’armonia sociale.