Un telefonata da un numero sconosciuto con prefisso canadese ha fatto scattare l’allarme. Una voce metallica si è presentata come un ufficiale dell’esercito canadese, chiedendo se fossi stato io a contattarlo su WhatsApp per ottenere informazioni. Come giornalista investigativo di ProPublica, ricevo quotidianamente richieste da fonti di tutto il mondo, ma in quel momento non ricordavo di aver mai cercato contatti in Canada.
«Qualcuno sta usando la sua identità» ha avvertito l’uomo. La conferma è arrivata poco dopo: screenshots inviati da un indirizzo email governativo mostravano un profilo WhatsApp con la mia foto e il nome di Robert Faturechi, corrispondente di ProPublica. Peccato che io non abbia mai vissuto in Florida, tanto meno abbia un numero di Miami.
L’impostore aveva scritto al militare canadese: «Sono Robert Faturechi di ProPublica. Devo assolutamente parlare con lei». L’ufficiale, coinvolto in operazioni con paesi come l’Ucraina, ha chiesto di non diffondere dettagli sulla sua attività, ma ha comunque segnalato il caso alla sicurezza di ProPublica. La risposta è stata deludente: «Non possiamo fare molto, se non segnalare il profilo falso a WhatsApp».
Due settimane dopo, un altro avvertimento: un imprenditore lettone, attivo nella fornitura di equipaggiamenti militari all’Ucraina e nello sviluppo di droni, ha contattato il giornalista su LinkedIn. «Abbiamo parlato su Signal?» gli ha scritto, mostrando screenshots di un profilo falso con la stessa foto del reporter. L’impostore aveva già avviato una conversazione, presentandosi come esperto di UAV (veicoli aerei senza pilota) e offrendo consulenze a clienti interessati al loro impiego in Ucraina.
Il giornalista ha così scoperto che qualcuno si spacciava per lui non solo per ottenere informazioni sensibili, ma anche per costruire relazioni sotto falsa identità. «Il problema non è solo il phishing» ha commentato, «ma l’uso strategico di una reputazione costruita nel tempo».
WhatsApp e Signal hanno confermato di aver ricevuto le segnalazioni, ma senza ulteriori dettagli su eventuali azioni intraprese. ProPublica ha comunque avviato un’indagine interna per rafforzare la sicurezza dei suoi giornalisti, sempre più esposti a questo tipo di minacce.
«Non è solo una questione di truffa, ma di manipolazione dell’informazione. Chi si nasconde dietro questi profili falsi potrebbe influenzare fonti e decisioni, mettendo a rischio non solo la reputazione, ma anche la sicurezza nazionale» ha dichiarato un esperto di cybersicurezza.
Il caso solleva interrogativi su come proteggere l’identità digitale dei giornalisti, soprattutto quelli che lavorano su temi sensibili come conflitti o sicurezza internazionale. Mentre le piattaforme di messaggistica lottano contro i profili falsi, la domanda rimane: quanto è vulnerabile la professione giornalistica in un mondo sempre più digitale?