Donald Trump potrebbe essere ricordato come un presidente in guerra: prima con migranti, commercio, Venezuela, Iran e Cuba, ora con la religione. L’ultimo attacco frontale è arrivato contro Papa Leone XIV, definito "debole sulla criminalità" e "molto liberale", accusato di voler favorire l’Iran nella corsa al nucleare. Le parole del presidente statunitense verso la Santa Sede seguono una serie di post offensivi non solo per i cattolici, ma per l’intero mondo cristiano.
Tra questi, un messaggio profano la mattina di Pasqua contro i leader iraniani, una minaccia di genocidio nei confronti del popolo iraniano e, soprattutto, un’immagine generata dall’IA che lo ritrae come una figura simile a Cristo mentre compie un miracolo. A questi affronti si aggiunge il tentativo del vicepresidente JD Vance di giustificare le critiche di Trump al Papa, sostenendo che il pontefice dovrebbe occuparsi esclusivamente di questioni morali e spirituali. Vance ha pronunciato queste parole durante un evento organizzato da Turning Point USA, un’organizzazione giovanile vicina a Trump, in una megachiesa evangelica.
Questa escalation nei conflitti di Trump con le comunità religiose avviene mentre si registra una frattura sempre più profonda all’interno della sua base conservatrice cristiana, tradizionalmente unita. Come studioso del cristianesimo evangelico, provo a spiegare perché il sostegno religioso a MAGA sta vacillando, mettendo a rischio il voto che ha garantito a Trump e ai suoi alleati un appoggio costante.
Gli evangelici erano uniti nel sostenere Trump. Ora, invece, si dividono sulla teologia e non apprezzano il suo comportamento irrispettoso.
Per comprendere questa evoluzione, è necessario analizzare le differenze teologiche che attraversano il mondo evangelico statunitense. Nonostante la complessità delle varie denominazioni, i credenti possono essere suddivisi in due grandi categorie: i riformati (o calvinisti) e gli arminiani, così chiamati in riferimento a due figure chiave della Riforma del XVI secolo.
Mentre Martin Lutero e Enrico VIII sono i nomi più noti, altri teologi come Giovanni Calvino e Giacomo Arminio hanno avuto un impatto altrettanto significativo. Calvino sosteneva la predestinazione: Dio avrebbe già deciso chi sarebbe andato in paradiso e chi all’inferno, indipendentemente dalle azioni umane. Arminio, invece, credeva che ogni persona avesse la possibilità di scegliere la salvezza attraverso la fede.
Fino a poco tempo fa, gli arminiani dominavano l’evangelismo americano, con chiese di grandi dimensioni e ministeri influenti. Tuttavia, negli ultimi anni, i calvinisti hanno guadagnato terreno, portando con sé una visione più rigorosa della fede e della politica. Questa divisione teologica sta ora influenzando anche il sostegno politico, rendendo sempre più difficile per Trump mantenere l’unità del fronte religioso.
Le sue dichiarazioni provocatorie e le immagini blasfeme non solo alienano i cattolici, ma anche molti evangelici, che vedono in lui un leader incapace di rispettare i valori che dovrebbero guidare un cristiano. La sua retorica aggressiva, unita a una mancanza di rispetto per le istituzioni religiose, sta erodendo la fiducia di una base che, per decenni, lo ha sostenuto incondizionatamente.
Se questa tendenza continuerà, Trump rischia di perdere un sostegno che è stato fondamentale per la sua carriera politica. La frattura evangelica non è solo una questione teologica, ma anche politica, e potrebbe ridefinire il panorama religioso e partitico degli Stati Uniti.