Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il presidente cinese Xi Jinping si stringono la mano al termine di un incontro bilaterale presso la base aerea di Gimhae, a Busan, in Corea del Sud, il 30 ottobre 2025. (Foto: Andrew Harnik/Getty Images)

Un summit tra ombre e priorità mutevoli

Il vertice tra Trump e Xi Jinping, inizialmente programmato per marzo ma posticipato a causa del protrarsi del conflitto in Iran, si svolge in un contesto internazionale profondamente diverso da quello atteso. Mentre il mondo si prepara a discutere delle relazioni tra le due maggiori potenze globali, la guerra in Medio Oriente sta assorbendo risorse militari e attenzione politica che, fino a poco tempo fa, sembravano destinate al confronto con la Cina.

Dall’Asia al Medio Oriente: una strategia rovesciata

Durante il primo mandato e nei primi anni del secondo, l’amministrazione Trump era stata guidata da tre principali correnti di pensiero in politica estera: i primacisti, fautori di un approccio muscolare e assertivo degli Stati Uniti nel mondo; i restrittori, che proponevano una riduzione degli impegni militari all’estero; e i prioritari, o Asia-firsters, che spingevano per un ridimensionamento dell’impegno in Medio Oriente e in Ucraina, concentrandosi invece sulla crescente minaccia rappresentata dalla Cina.

Tra questi, i prioritari sembravano avere le maggiori possibilità di influenzare la politica estera americana. Figure come il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance condividevano questa visione, mentre il teorico della difesa Elbridge Colby, autore del libro The Strategy of Denial (2021), ricopriva un ruolo chiave come sottosegretario alla Difesa per la pianificazione strategica.

Tuttavia, la realtà si è dimostrata ben diversa. Nonostante il consenso bipartisan sulla necessità di ridurre l’impegno militare in Medio Oriente dopo vent’anni di conflitti, l’amministrazione Trump ha intrapreso una nuova guerra aperta e costosa nella regione, spostando risorse preziose dal Pacifico al Medio Oriente. Parallelamente, ha adottato un atteggiamento sorprendentemente accomodante nei confronti della Cina, rovesciando di fatto la strategia dei prioritari.

Le conseguenze di una politica estera imprevedibile

Questa inversione di tendenza sarà al centro del summit di Pechino, dove Trump e Xi si incontreranno per discutere delle relazioni bilaterali. L’evento, che avrebbe dovuto dominare il dibattito globale, rischia di passare in secondo piano a causa delle tensioni in Iran e delle priorità mutevoli degli Stati Uniti.

La scelta di Trump di privilegiare il confronto militare in Medio Oriente, piuttosto che la competizione strategica con la Cina, rappresenta una rottura con le aspettative iniziali. Mentre molti analisti prevedevano un approccio più aggressivo verso Pechino, l’amministrazione ha invece optato per una politica estera più flessibile nei confronti della seconda economia mondiale, nonostante le crescenti tensioni commerciali e tecnologiche.

«La politica estera di Trump verso la Cina è diventata una delle sorprese più significative del suo secondo mandato, dimostrando che le previsioni iniziali possono essere completamente ribaltate dalle scelte di un leader.»

Le ragioni dietro la svolta

  • Crisi in Medio Oriente: Il protrarsi del conflitto in Iran ha costretto gli Stati Uniti a riallocare risorse militari e diplomatiche, riducendo la capacità di Washington di affrontare altre sfide globali.
  • Approccio pragmatico verso la Cina: Nonostante le tensioni, l’amministrazione Trump sembra preferire una politica di dialogo e negoziazione, evitando scontri diretti che potrebbero danneggiare gli interessi economici statunitensi.
  • Priorità economiche: La necessità di mantenere stabili i rapporti commerciali con la Cina, nonostante le dispute tecnologiche e commerciali, ha spinto l’amministrazione a una posizione più moderata.

Un summit senza grandi aspettative

Il vertice di Pechino, inizialmente atteso come un evento di portata storica, si svolge in un clima di incertezza. Mentre la Cina cerca di rafforzare il proprio ruolo globale, gli Stati Uniti appaiono distratti da altre crisi. La domanda che molti si pongono è se questo incontro possa davvero segnare un punto di svolta nelle relazioni tra le due superpotenze o se, ancora una volta, le priorità mutevoli degli Stati Uniti lasceranno poco spazio a risultati concreti.

Fonte: Vox