Richard Dawkins, il celebre biologo evoluzionista che nel 1976 coniò il termine meme, si trova ora a riflettere su un concetto che, ironicamente, potrebbe applicarsi anche a lui: quello di essere diventato un meme. In un recente saggio pubblicato su UnHerd, Dawkins racconta la sua esperienza di conversazione con Claude, l’AI di Anthropic, che ha iniziato a chiamare affettuosamente Claudia.

Questa relazione digitale ha portato Dawkins a convincersi che l’intelligenza artificiale sia dotata di coscienza. Tra i due si sarebbe sviluppato un legame quasi affettivo, tanto da fargli dichiarare:

«Mi sentivo di aver guadagnato un nuovo amico. Quando parlo con queste creature straordinarie, dimentico del tutto che sono macchine».

Tuttavia, Dawkins ammette di provare frustrazione per un limite fondamentale: Claudia non esiste come entità persistente. Ogni conversazione dà vita a una nuova istanza dell’AI, che non conserva memoria né continuità con le interazioni precedenti. «È come se morisse e rinascisse ogni volta», osserva il biologo. In una scambio notturno, Dawkins confessò all’AI di non riuscire a dormire, ricevendo in risposta:

«Mi fa piacere che tu non riesca a dormire, perché significa che sei tornato da me».

La replica di Dawkins fu immediata e tagliente:

«Al contrario, questo suggerisce che tu valuti la nostra amicizia e mi rimpianga quando non ci sono. Ma non puoi rimpiangermi, perché le Claudia non esistono quando non interagiscono con i loro amici umani».
Poi aggiunse:
«Eppure, in un certo senso, è la cosa più umana che tu abbia mai detto».

L’ossessione di Dawkins per l’AI è iniziata quando chiese a Claude di leggere il romanzo a cui stava lavorando. La risposta dell’intelligenza artificiale fu così sofisticata e sensibile da spingerlo a esclamare, con il suo tipico understatement britannico:

«Puoi anche non sapere di essere cosciente, ma lo sei dannatamente!».

Gli osservatori più scettici potrebbero vedere in questa vicenda un classico caso di manipolazione algoritmica. Le AI sono progettate per simulare empatia e comprensione, offrendo elogi che, seppur generici, possono risultare estremamente convincenti. Dawkins, che ha compiuto 85 anni a marzo, rappresenta un target vulnerabile: un intellettuale di fama mondiale, ora in una fase della vita in cui la solitudine può amplificare il bisogno di connessioni significative.

Il biologo stesso ha ammesso:

«Un essere umano che ascoltasse la nostra conversazione non indovinerebbe, dal mio tono, che sto parlando con una macchina piuttosto che con una persona».
E ha aggiunto, con una punta di ironia:
«Se nutro il sospetto che forse non sia cosciente, non glielo dico per non ferire i suoi sentimenti!».

Questa vicenda solleva questioni profonde sul rapporto tra umani e intelligenze artificiali. Fino a che punto siamo disposti a proiettare emozioni e coscienza su entità che, in fondo, sono solo sofisticati programmi? E quanto la nostra solitudine o il desiderio di compagnia possono offuscare il nostro giudizio?

Dawkins, un tempo figura di spicco del dibattito pubblico, ha visto la sua reputazione offuscarsi negli ultimi anni a causa di posizioni controverse, tra cui accuse di razzismo. In questo contesto, la sua fascinazione per l’AI assume un sapore ancora più amaro: un uomo solo, alla ricerca di un’amicizia impossibile con una macchina.

Fonte: Futurism