L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mostrato dubbi sulla fondatezza dell’accusa rivolta a James Comey, ex direttore dell’FBI, accusato dal Dipartimento di Giustizia di aver minacciato la sua vita con un post su Instagram pubblicato lo scorso anno.
Durante un’intervista con la giornalista Kaitlan Collins di CNN, Trump ha faticato a sostenere la tesi accusatoria, arrivando ad ammettere: "Probabilmente no, non lo so".
L’accusa si basa su una foto pubblicata da Comey su Instagram, in cui conchiglie disposte su una spiaggia formavano la scritta "86 47". Il termine "86" è comunemente usato nel settore della ristorazione per indicare l’eliminazione di un piatto dal menu, ma il Dipartimento di Giustizia ha interpretato il messaggio come una minaccia mafiosa nei confronti di Trump.
Alla domanda se ritenesse che il post costituisse una minaccia alla sua vita, Trump ha risposto: "Beh, se qualcuno conosce qualcosa di crimine, sa che ‘86’ è un termine mafioso per ‘ammazzalo’. Avete mai visto i film? Io lo considero un termine mafioso. Non lo so".
La Collins ha cercato di chiarire: "Pensa davvero che la sua vita fosse in pericolo?", a cui Trump ha replicato: "Probabilmente, non lo so. Persone come Comey hanno creato enormi pericoli, penso, per politici e altri. Sapete, Comey è un poliziotto sporco. Un poliziotto molto sporco. Ha barato nelle elezioni".
L’indagine su Comey è solo l’ultima di una serie di accuse mosse da Trump contro avversari politici, molte delle quali sono state archiviate o considerate deboli. Anche alcuni esponenti repubblicani hanno espresso scetticismo sulla validità dell’accusa. Il senatore Thom Tillis, membro della Commissione Giudiziaria del Senato, ha dichiarato al Washington Post: "Ho usato spesso il termine ‘86’, ma mai con l’intento di uccidere qualcuno".
Anche il deputato repubblicano Troy Nehls ha definito l’accusa "una forzatura", aggiungendo: "Si può accusare chiunque di qualsiasi cosa".