Venerdì scorso, Axios ha pubblicato un’inchiesta riservata sulle trattative segrete tra l’amministrazione Trump e l’Iran. Secondo quattro fonti anonime, gli Stati Uniti avrebbero proposto a Teheran di rinunciare al proprio stockpile di uranio arricchito, pari a circa 2,2 tonnellate stoccate in siti sotterranei. In cambio, Washington avrebbe offerto la liberazione di 20 miliardi di dollari in fondi iraniani congelati all’estero.
Una cifra senza precedenti. Se confermata, rappresenterebbe una vittoria negoziale senza precedenti per l’Iran, considerato che, secondo la stessa fonte, la proposta iniziale degli Stati Uniti sarebbe stata di 6 miliardi, mentre Teheran ne avrebbe richiesti 27. Un divario significativo, come sottolineato dall’articolo: «Non serve essere laureati a Wharton per capire che 20 è molto più vicino a 27 che a 6».
La notizia, tuttavia, è stata categoricamente smentita da Trump, ma il sospetto di accordi sottobanco ha riacceso polemiche e accuse di tradimento. Il punto cruciale riguarda il precedente accordo nucleare del 2015, il JCPOA, negoziato sotto l’amministrazione Obama, che prevedeva la restituzione all’Iran di 1,7 miliardi di dollari in fondi congelati. Una somma che, secondo Trump e i suoi sostenitori, sarebbe stata un riscatto per la liberazione di quattro ostaggi americani e avrebbe finanziato il terrorismo regionale.
All’epoca, le critiche furono feroci. Scrittori come David Horowitz, fondatore di FrontPage Magazine, arrivarono a chiedere: «In un contesto politico sano, Barack Obama sarebbe processato per tradimento». Trump, dal canto suo, aveva più volte diffuso la falsa notizia secondo cui Obama avrebbe consegnato all’Iran 150 miliardi di dollari in contanti, una cifra gonfiata e priva di fondamento. In realtà, i 150 miliardi rappresentano una stima (peraltro massima) dei fondi iraniani congelati a livello globale, non certo una somma effettivamente trasferita.
La restituzione dei 1,7 miliardi, avvenuta tramite pagamenti in contanti suddivisi in più tranche, fu presentata come un atto sospetto. Tuttavia, come spiegato all’epoca dalle autorità statunitensi, la modalità in contanti fu richiesta dalle banche centrali coinvolte. Inoltre, i fondi erano soggetti a vincoli rigorosi per impedire che venissero utilizzati per finanziare gruppi come Hezbollah o Hamas. Nonostante ciò, l’amministrazione Obama fu accusata di aver pagato un riscatto e di aver tradito gli interessi nazionali.
Ora, se le indiscrezioni di Axios fossero vere, l’amministrazione Trump starebbe offrendo all’Iran una somma 12 volte superiore a quella contestata a Obama. La domanda sorge spontanea: se 1,7 miliardi erano considerati un atto di tradimento, cosa rappresentano allora 20 miliardi?
Robert Malley, ex negoziatore statunitense per il JCPOA, ha commentato: «Questa vicenda solleva interrogativi sulla coerenza delle politiche statunitensi verso l’Iran e sulla credibilità delle accuse di tradimento».