Mentre revisionavo il contratto per un nuovo incarico come infermiera psichiatrica specializzata, una clausola mi ha fatto immediatamente fermare la lettura. Se avessi lasciato la struttura, mi sarebbe stato addebitato un costo di 7.500 dollari per ogni paziente che avesse scelto di continuare le cure sotto la mia assistenza.
Quando ho chiesto chiarimenti sulla clausola, la risposta è arrivata pronta e irritata: «La struttura possiede i pazienti. Lei no».
Questa affermazione, apparentemente semplice, nasconde una realtà inquietante: in molti contesti sanitari, soprattutto in ambito psichiatrico e psicologico, i pazienti vengono trattati come risorse aziendali piuttosto che come individui con diritti inalienabili.
La clausola in questione non è un caso isolato. Negli ultimi anni, sempre più professionisti della salute mentale hanno denunciato contratti con vincoli simili, che limitano la libertà di scelta sia dei medici che dei pazienti. Secondo un report pubblicato da Psychiatric Services, circa il 30% dei contratti per infermieri psichiatrici e psicologi include clausole di non-solicitation o penali economiche per la perdita di pazienti, una pratica che solleva seri dubbi sulla sua legittimità etica e giuridica.
Ma perché una struttura sanitaria dovrebbe rivendicare la proprietà dei pazienti? La risposta risiede spesso in logiche di mercato e di controllo dei flussi di pazienti. In un sistema in cui la concorrenza tra strutture è agguerrita, trattenere i pazienti diventa una priorità strategica. Tuttavia, questo approccio contraddice i principi fondamentali della relazione medico-paziente, basata sulla fiducia e sulla libertà di scelta.
«I pazienti non sono proprietà di nessuno», afferma la dottoressa Elena Rossi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicologia Clinica. «Questa mentalità mercantile rischia di compromettere la qualità delle cure e di minare la fiducia nei confronti dei professionisti della salute mentale».
Le conseguenze di tali clausole non si limitano ai professionisti. Anche i pazienti ne sono indirettamente penalizzati. Se un medico viene costretto a pagare una penale per seguire un paziente altrove, potrebbe essere incentivato a mantenere relazioni terapeutiche non ottimali pur di evitare costi aggiuntivi. Inoltre, la minaccia di sanzioni economiche potrebbe spingere i professionisti a evitare di segnalare situazioni di disagio o abuso, per timore di perdere pazienti e, di conseguenza, incassare multe.
Dal punto di vista legale, la validità di queste clausole è quanto meno dubbia. In Italia, il Codice Deontologico degli Psicologi e la normativa sulla privacy (GDPR) tutelano la libertà di scelta del paziente e la riservatezza dei dati sanitari. Una clausola contrattuale che limiti questi diritti potrebbe essere considerata nulla ai sensi dell’articolo 1343 del Codice Civile, che vieta accordi contrari all’ordine pubblico e al buon costume.
Nonostante ciò, molte strutture continuano a inserire queste clausole nei contratti, contando sulla mancanza di consapevolezza da parte dei professionisti. «Spesso i giovani colleghi non si rendono conto della portata di queste clausole finché non si trovano di fronte a una richiesta di pagamento», spiega Marco Bianchi, avvocato specializzato in diritto sanitario. «È fondamentale che i professionisti leggano attentamente i contratti e, in caso di dubbi, si rivolgano a un legale esperto».
La soluzione a questo problema richiede un cambiamento culturale e normativo. Le associazioni di categoria, come l’Ordine degli Psicologi e la Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, stanno lavorando per sensibilizzare i professionisti e promuovere l’abolizione di queste clausole. Inoltre, è necessario un intervento legislativo che vieti esplicitamente la commercializzazione dei pazienti nei contratti sanitari.
Fino ad allora, la battaglia per la tutela dei diritti dei pazienti e dei professionisti della salute mentale continuerà su più fronti: etico, legale e culturale.