Una vita segnata da due sparatorie

Mia Tretta, oggi studentessa universitaria e attivista contro la violenza armata, ha vissuto un'esperienza unica e drammatica: è sopravvissuta a due sparatorie in due contesti diversi. La prima avvenne nel 2019, quando frequentava ancora il liceo Saugus High School a Santa Clarita, in California. Un compagno di scuola le sparò alla pancia con una pistola semiautomatica calibro .45. Due studenti persero la vita, tra cui la sua migliore amica, mentre altri due rimasero feriti.

Dopo il diploma, Tretta si iscrisse alla Brown University. Nel dicembre 2025, mentre studiava per gli esami finali nella sua stanza del dormitorio, ricevette notizie di una sparatoria in corso nel campus. Nonostante fosse a diversi isolati di distanza, avvertì un dolore improvviso nella zona in cui era stata colpita anni prima. Descrisse questo fenomeno come "sindrome del proiettile fantasma", simile alla sindrome dell'arto fantasma, in cui il corpo percepisce sensazioni dolorose anche in assenza di una reale ferita.

«È assurdo dirlo, ma la prima volta sono stata fortunata perché, pur essendo stata colpita, sono sopravvissuta. La seconda volta, invece, lo sono stata perché mi trovavo a pochi isolati di distanza», ha dichiarato Tretta, che ora studia pubblica amministrazione ed educazione e si dedica alla lotta contro la violenza armata.

La ricerca che collega violenza armata e dolore cronico

Tretta rappresenta un piccolo ma crescente gruppo di giovani che hanno vissuto più di una sparatoria. Il suo caso riflette i risultati di uno studio recente pubblicato su BMC Public Health a gennaio, che evidenzia un legame tra l'esposizione alla violenza armata e l'insorgenza di dolore cronico. I ricercatori della Rutgers University hanno analizzato sei tipologie di esposizione alla violenza armata: essere colpiti da un proiettile, essere minacciati con un'arma da fuoco, sentire spari, assistere a una sparatoria, conoscere una persona ferita o uccisa da arma da fuoco, o sapere di qualcuno che si è tolto la vita con un'arma.

Dallo studio, basato su un campione rappresentativo di 8.009 adulti americani, è emerso che il 23,9% dei partecipanti avverte dolore quasi ogni giorno, mentre il 18,8% dichiara di soffrire di dolore intenso con frequenza elevata. Daniel Semenza, autore principale dello studio e direttore della ricerca presso il New Jersey Gun Violence Research Center, ha spiegato a The Trace come la salute mentale e fisica siano strettamente collegate dopo un'esperienza di violenza armata.

«Il corpo, attraverso il trauma post-situazionale, percepisce l'evento come se si stesse ripetendo all'infinito. Questo influenza sia la salute mentale che quella fisica».

Le conseguenze fisiche e psicologiche di una ferita da arma da fuoco

Tretta ha subito diversi interventi chirurgici per rimuovere il proiettile, seguito da un blocco nervoso per alleviare il dolore persistente. Tuttavia, frammenti del proiettile rimangono ancora nel suo corpo dopo anni. Inoltre, le è stata diagnosticata un'artrite psoriasica, una malattia cronica che causa gonfiore, dolore e rigidità articolare.

«Da quando è avvenuta la sparatoria, convivo con dolore cronico, immunodeficienze e differenze fisiche rispetto a prima», ha raccontato. «Ogni volta che ho la febbre, è una situazione completamente diversa rispetto a chiunque altro o rispetto a me prima della sparatoria. Tremo in modo incontrollabile e anche un semplice tocco sul braccio diventa doloroso».

Un fenomeno in crescita tra i giovani

Il caso di Tretta non è isolato. Sempre più giovani, come lei, vivono l'esperienza di essere esposti a più episodi di violenza armata, con conseguenze che vanno oltre il trauma immediato. La ricerca della Rutgers sottolinea come l'impatto della violenza armata non si limiti alle vittime dirette, ma si estenda anche a chi assiste, viene minacciato o conosce persone coinvolte in episodi di questo tipo.

«Questo studio dimostra che la violenza armata non è solo un problema di sicurezza pubblica, ma anche di salute pubblica», ha aggiunto Semenza. «Le sue conseguenze fisiche e psicologiche possono durare per anni, influenzando profondamente la qualità della vita».