Circa venti minuti dall’inizio di Il diavolo veste Prada (2006), il capolavoro di David Frankel, Meryl Streep regala una delle scene più iconiche del cinema. Nel ruolo di Miranda Priestly, direttrice di una prestigiosa rivista di moda, la sua performance incarna una critica tagliente verso Anne Hathaway, che interpreta Andy Sachs, una giovane assistente appena assunta.
La scena si svolge in un ufficio caotico, dove Miranda valuta due cinture blu presentatele dai suoi collaboratori. Andy, ancora inesperta e convinta che l’industria della moda sia frivola, commenta con disprezzo: "A me sembrano uguali". È un errore fatale. Miranda, acuta e perspicace, coglie al volo l’occasione per smascherare l’ipocrisia della sua assistente.
Con una lezione memorabile, Miranda spiega che quel maglione "liso" che Andy indossa non è semplicemente blu, ma ceruleo—un colore che ha attraversato l’intera catena produttiva della moda, dai designer come Oscar de la Renta a Yves Saint Laurent, fino ad arrivare, inevitabilmente, nel suo armadio. Quello che Andy considera "roba inutile" è in realtà un sistema in cui lei stessa partecipa, seppur passivamente. Un sistema che genera milioni di posti di lavoro e miliardi di dollari.
"È quasi comico pensare di aver fatto una scelta che ti esenta dall’industria della moda", afferma Miranda, lasciando Andy in silenzio e con le piume arruffate. "In realtà, indossi un maglione scelto per te dalle persone in questa stanza… da un mucchio di ‘roba’."
Andy, per tutto il film, si considera una semplice osservatrice esterna, quasi disprezzando l’industria che la circonda. Miranda, invece, ne è completamente immersa. Ma il suo messaggio non riguarda solo la moda: è impossibile sottrarsi completamente a un sistema che permea ogni aspetto della nostra vita.
Ecco dove entra in gioco l’intelligenza artificiale. Una cintura ceruleo non è un modello linguistico avanzato, e Miranda non è Sam Altman. Eppure, la scena offre una metafora perfetta per gli scettici dell’IA che credono di poter semplicemente escludere l’influenza di questa tecnologia dalle proprie vite, vantandosi poi di una presunta superiorità morale.
Esiste una comunità, piccola ma rumorosa, che rifiuta l’IA in blocco, convinta che sia inutile, dannosa o addirittura demoniaca. Tuttavia, come sottolinea Miranda, ignorare un fenomeno non significa sfuggirgli. L’IA è già parte integrante della nostra società, che lo vogliamo o no. Dalle raccomandazioni dei social media agli algoritmi di ricerca, fino ai sistemi di assistenza sanitaria e finanziaria, la sua influenza è ovunque.
La lezione di Il diavolo veste Prada è chiara: non possiamo semplicemente scegliere di non partecipare. Possiamo solo decidere come partecipare, con consapevolezza e responsabilità. L’IA non è un nemico da combattere a priori, ma uno strumento da comprendere e utilizzare con intelligenza.