L’intelligenza artificiale, inizialmente progettata per scrivere come un essere umano, sta progressivamente erodendo la naturale imprevedibilità del nostro linguaggio. Secondo recenti ricerche, i modelli linguistici avanzati stanno modificando non solo il modo in cui scriviamo, ma anche quello in cui parliamo.
Uno studio condotto dall’Università della California del Sud ha analizzato milioni di contenuti pubblicati su riviste scientifiche, articoli di cronaca locale e social media. I risultati sono chiari: la diversità stilistica nella scrittura è diminuita in modo significativo dopo il lancio di ChatGPT.
I ricercatori del Max-Planck-Institut per lo Sviluppo Umano hanno rilevato che alcune parole preferite da ChatGPT, come “delve”, “meticoloso”, “vantare” e “comprendere”, stanno diventando sempre più comuni anche nel linguaggio quotidiano. Morteza Dehghani, professore della USC che ha supervisionato lo studio, spiega:
«Le persone si abituano a questa forma di linguaggio idealizzata e prevedibile. Anche chi non la utilizza direttamente, per dare l’impressione di scrivere in modo autorevole e influente, inizia a imitare gli stilemi dei modelli linguistici».
Alex Mahadevan, responsabile della formazione sull’IA presso il Poynter Institute for Media Studies, definisce la scrittura generata dall’IA come “senza anima” e “mediocre”, pur essendo tecnicamente corretta.
«Non c’è arte in ciò che produce. È solo grammatica perfetta, ma priva di originalità».
Emily Bender, linguista dell’Università di Washington, ha dichiarato di fare di tutto per evitare di leggere testi sintetici. Tuttavia, ammette che spesso riceve documenti che potrebbero essere stati generati da un’IA senza che lei se ne accorga.
L’uso dell’IA è in costante crescita. Secondo un’indagine del Brookings del 2025, il 32% delle piccole imprese utilizza l’IA per il servizio clienti e la comunicazione, mentre il 16% delle persone ricorre ai modelli linguistici per messaggi personali o post sui social media.
Il fenomeno non è privo di conseguenze. Bender avverte che la ricerca di una scrittura impeccabile come quella di ChatGPT rischia di appiattire le voci autentiche, favorendo quello che lei chiama “‘LinkedIn average’” — un linguaggio aziendale anonimo e privo di personalità, tipico delle piattaforme professionali.
Mahadevan aggiunge di rimpiangere la “cattiva scrittura”, quella cioè così goffa da risultare in qualche modo affascinante e profondamente umana.
«Ora cerco di evitare anche i segni tipici dell’IA, come i trattini lunghi. Mi domando: ‘E se qualcuno pensasse che ho scritto questo con un’IA?’»
Per Bender, invece, c’è un valore intrinseco nella fatica della scrittura:
«Ogni volta che evitiamo questo processo, perdiamo qualcosa — sia a livello individuale che collettivo. Scrivere è un atto di pensiero, e rinunciarvi significa rinunciare a una parte fondamentale della nostra espressione».