Negli Stati Uniti, il principio di separazione tra Stato e Chiesa è sacrosanto. Ma vale anche nei luoghi di lavoro? È la domanda che si pone chi, come l’autore di questo articolo, è cresciuto in chiesa e ha diretto un coro per anni, ricevendo spesso la richiesta implicita di lasciare fuori la propria fede dalle attività professionali.
«Possiamo evitare il riferimento a Gesù nella presentazione?», «Devo includere una citazione biblica in questo saggio?», «L’esempio religioso nella lezione è davvero necessario?»: queste domande, poste con garbo ma senza ambiguità, sottintendono un messaggio chiaro: la religione non ha spazio in ufficio perché il luogo di lavoro deve essere neutrale. Ma è davvero così?
La fede che permea il lavoro senza che ce ne accorgiamo
La struttura stessa della settimana lavorativa globale affonda le radici nella teologia giudeo-cristiana. Il weekend, con sabato e domenica come giorni di riposo, nasce dall’osservanza del Sabato ebraico e della domenica cristiana. Le festività come il Natale paralizzano interi paesi, e la distribuzione di dolci a ottobre è legata ad Halloween, una festa pagana con forti radici cristiane. Anche nel linguaggio aziendale, termini come evangelista, convertire, missione, fedeli e dedizione sono diventati di uso comune, al punto che non li percepiamo più come riferimenti religiosi.
La realtà è che molte delle basi della nostra convivenza sociale, anche in ambito lavorativo, derivano da immaginari religiosi secolarizzati. Abbiamo semplicemente accettato di fingere che non sia così. Per esplorare questa contraddizione, abbiamo invitato Julie Wenah nel podcast From the Culture.
Julie Wenah: fede e carriera non sono in contraddizione
Wenah è presidente della Digital Civil Rights Coalition, leader globale in ambito tecnologico e policy, con esperienze in Meta, Airbnb e nella Casa Bianca durante l’amministrazione Obama. Avvocato specializzato in diritti civili, formatasi a Georgetown, è anche filmmaker, ballerina diplomata all’Alvin Ailey e, soprattutto, una donna che non esita a condividere ciò che Dio le ha detto giovedì scorso.
Per molti, una figura come Wenah è considerata impossibile: una professionista di alto livello nel tech e nelle politiche pubbliche la cui fede non è un semplice accessorio, ma il motore della sua identità. Nonostante il diffuso invito a «portare il proprio io completo al lavoro», sembra che la fede sia l’unica parte di noi che dobbiamo lasciare fuori dalla porta dell’ufficio.
L’album e la mixtape: un nuovo modo di vedere il lavoro
Durante la conversazione, Wenah propone una metafora potente per ridefinire il rapporto tra fede e professione: l’album e la mixtape.
L’album rappresenta ciò che sei tenuto a consegnare: il lavoro contrattuale, il deliverable, ciò che ti viene pagato per fare. La mixtape, invece, è tutto il resto: il progetto personale, la lezione di danza, il documentario che realizzi, il coro che dirigi, la fede che porti con te. L’album è ciò per cui l’azienda ti ha assunto. La mixtape è ciò che ti rende te.
Gli artisti non si limitano a produrre album: creano anche mixtape, perché sanno che la vera arte nasce da ciò che sono al di fuori dei contratti. Allo stesso modo, perché dovremmo rinunciare a una parte così fondamentale di noi stessi quando entriamo in ufficio?
Fede e autenticità: una contraddizione da superare
Il messaggio di Wenah è chiaro: portare la propria fede al lavoro non è un rischio per la professionalità, ma una risorsa. La richiesta di neutralità religiosa nei luoghi di lavoro è una finzione che non tiene conto di quanto la nostra identità sia intrecciata con ciò in cui crediamo.
Se davvero vogliamo promuovere ambienti di lavoro inclusivi e autentici, forse è il momento di smettere di chiedere alle persone di lasciare la propria fede fuori dalla porta. Perché, in fondo, è proprio quella fede che spesso ispira il nostro impegno, la nostra creatività e la nostra dedizione.