I biopic non sono tutti uguali. Spesso, in questo settore, vengono liquidati come un genere monolitico, ripetitivo e talvolta persino stucchevole. Ma la realtà è ben diversa: la vita umana non si presta a formule preconfezionate. Ecco perché un biopic degno di questo nome dovrebbe essere un strumento di scoperta, non di semplice celebrazione. Dovrebbe aiutarci a comprendere prospettive altrimenti inaccessibili, ampliando la nostra capacità di empatia. I Swear, diretto da Kirk Jones, è la prova che questo genere cinematografico può ancora sorprendere.

Il film si allontana dai biopic patinati e autoreferenziali, come Michael di Antoine Fuqua, o da quelli ironici e nostalgici, come Nouvelle Vague di Richard Linklater. Non c'è bisogno di ricreare icone o puntare il dito su immagini celebri. Qui, al centro della scena, c'è semplicemente una persona: John Davidson, interpretato da Robert Aramayo, la cui vita è stata segnata dalla sindrome di Tourette.

La sindrome si manifesta a 12 anni, costringendo John a convivere con tic incontrollabili e parole inappropriate. Nel 1983, la sua condizione era ancora poco conosciuta, e lui divenne il bersaglio di bullismo, punizioni e isolamento. Per la sua famiglia, era solo un problema da risolvere, senza che nessuno riuscisse a comprenderlo davvero. Anche a 25 anni, John viveva ancora con la madre esausta, Heather (Shirley Henderson), sotto pesanti farmaci.

Tutto cambia quando, dopo aver rivisto un vecchio amico, scopre che la madre di questi, Dottie (Maxine Peake), sta morendo di cancro. In un momento di sconforto, John urla la verità in faccia a Dottie, senza filtri. Ma lei, ex infermiera in un istituto psichiatrico, comprende la sua condizione e lo accoglie nella sua casa. Qui, John inizia a ridurre i farmaci e a costruire una nuova vita, più indipendente.

Kirk Jones dimostra una rara capacità nel raccontare la storia di John senza cadere nel melodramma o nella retorica facile. Né il protagonista né chi gli sta intorno conoscono appieno la sindrome di Tourette o come affrontarla in una società che ancora la ignora. Il film non cerca eroi o vittime, ma umanità in tutte le sue sfumature.

In una scena emblematica, John viene arrestato dopo una rissa scatenata da un tic che fa cadere una birra dalle mani di qualcuno. Trascinato in una volante, confessa involontariamente crimini mai commessi. La sua situazione richiede una comunicazione difficile per farsi comprendere, persino di fronte a un giudice scettico. Ma John non è solo un personaggio da compatire: sbaglia, impara, e trova il suo posto nel mondo.

Come disse Roger Ebert, il cinema è una macchina che genera empatia. I Swear ne è la conferma: un'opera che non si limita a mostrare, ma che invita a sentire.

Fonte: The Wrap