Donald Trump dovrà aspettare ancora per vedere Jimmy Kimmel allontanato dalla sua postazione ad ABC. Dopo settimane di caos seguito al fallito attentato al White House Correspondents' Dinner, il presidente ha avanzato due richieste: la ripresa immediata dei lavori per il nuovo salone presidenziale e il licenziamento del conduttore per una battuta considerata irrispettosa nei confronti di Melania Trump.

Kimmel, qualche giorno prima dell'evento, aveva ironizzato sulla first lady definendola come «colei che ha il pallore di una vedova in attesa». Una frase che, in un altro contesto, avrebbe potuto costargli il posto. Ma nel 2026, ABC e la Disney, casa madre della rete, sembrano avere imparato la lezione: non cedono alle pressioni.

Un atteggiamento radicalmente diverso rispetto a quello adottato nel settembre 2024, quando ABC aveva sospeso Kimmel dopo le proteste della FCC per una battuta su Charlie Kirk. Allora, la rete aveva agito in fretta. Oggi, invece, la risposta è stata solo un «stiamo valutando la situazione». Un segnale chiaro: le condizioni per un licenziamento non ci sono più.

Questo cambio di rotta non è un caso isolato. Dopo il ritorno alla Casa Bianca nel 2025, molte aziende hanno smesso di assecondare le richieste di Trump, consapevoli che le sue pretese sono troppo mutevoli per essere soddisfatte. Un'ondata di resa che ora sembra essersi trasformata in una strategia di resistenza.

Il potere di Trump e la capitolazione delle aziende

Quando Trump è tornato alla presidenza nel 2025, molti dirigenti erano convinti che la sua vittoria elettorale avesse sancito un cambiamento irreversibile nella cultura statunitense. Alcune società, come Amazon e Meta, hanno reagito in modo proattivo: tagli ai programmi DEI, donazioni alla cerimonia di insediamento e, nel caso di Amazon, un investimento da 40 milioni di dollari per un documentario sulla first lady.

Altre, invece, hanno scelto la via della resa. A dicembre 2024, ad esempio, ABC ha accettato di pagare 15 milioni di dollari per chiudere una causa intentata da Trump dopo che George Stephanopoulos, ospite di This Week, aveva affermato in diretta che il presidente era stato dichiarato colpevole di stupro in un processo civile. In realtà, Trump era stato riconosciuto responsabile di abuso sessuale e diffamazione, non di stupro. Ma in un'altra epoca, la rete avrebbe probabilmente combattuto la causa in tribunale. Invece, ha scelto di pagare.

Un atteggiamento simile ha coinvolto anche CBS e Paramount, che hanno versato 16 milioni di dollari per chiudere un'altra causa di Trump, questa volta per un montaggio considerato «ingiusto» del programma 60 Minutes. Contestualmente, la rete ha cancellato The Late Show di Stephen Colbert, noto per le sue critiche al presidente, proprio mentre attendeva l'approvazione FCC per una fusione da 8 miliardi di dollari.

Le armi di Trump: leggi, ordini esecutivi e pressioni economiche

Il potere di Trump non si è limitato ai media. Il presidente ha usato manovre legali ed esecutive per colpire aziende, studi legali e università che lo avevano in qualche modo ostacolato. Studi come Paul, Weiss, che avevano rappresentato democratici o lavorato su casi legati al 6 gennaio, hanno subito ritorsioni come la sospensione delle autorizzazioni di sicurezza e l'accesso limitato agli edifici federali.

Anche le università sono finite nel mirino. Istituzioni accusate di antisemitismo o di pregiudizi contro i conservatori hanno visto congelati i finanziamenti federali e minacciata la loro esenzione fiscale, a meno che non avessero ceduto alle richieste dell'amministrazione.

La maggior parte di queste organizzazioni ha scelto di piegarsi. Fino a oggi, nove tra studi legali e università hanno accettato di adeguarsi alle richieste di Trump per evitare ulteriori sanzioni.

Un nuovo equilibrio: la resistenza cresce

Ma qualcosa sta cambiando. Dopo mesi di capitolazioni, alcune aziende stanno iniziando a resistere. ABC e Disney sembrano aver capito che assecondare Trump non porta benefici duraturi, ma solo instabilità. Lo stesso vale per altre realtà che, pur di evitare conflitti, hanno imparato a ignorare le sue lamentele, consapevoli che le sue pretese sono troppo volatili per essere soddisfatte.

Jimmy Kimmel, almeno per ora, può tirare un sospiro di sollievo. E Trump dovrà trovare un altro bersaglio per le sue richieste. Perché nel 2026, il potere non è più solo nelle sue mani: è anche nella capacità di dire «no».