Nel 2003, quando Lauren Weisberger pubblicò Il Diavolo veste Prada, cercò in ogni modo di separare il suo romanzo dalla realtà di Anna Wintour, allora direttrice di Vogue. In un'intervista a Publishers Weekly, dichiarò:
"Molte delle storie del libro sono ispirate a esperienze vissute dalle mie amiche. Molte di loro lavoravano nel mondo della moda, delle pubbliche relazioni o della pubblicità. Le storie horror sono le stesse ovunque."
Le vicende narrate nel romanzo si svolgevano proprio tra le mura di Vogue, dove Weisberger aveva lavorato come assistente. Il personaggio di Miranda Priestly, la tirannica direttrice di Runway, era chiaramente ispirato a Wintour, una figura temuta e rispettata nell'industria della moda. Tuttavia, all'epoca, la stessa Wintour minimizzò ogni collegamento, adottando una posizione di apparente indifferenza.
Un articolo del New York Times di David Carr, che analizzava le strategie di Wintour per mantenere Vogue all'avanguardia, si concludeva con un aneddoto rivelatore. Nonostante le voci e le speculazioni, la direttrice evitò accuratamente di commentare pubblicamente il romanzo, dimostrando una freddezza calcolata.
Oggi, vent'anni dopo, Il Diavolo veste Prada non è più solo un libro o un film di culto: è diventato un fenomeno culturale che ha superato ogni aspettativa. In occasione dell'uscita del sequel cinematografico, Vogue ha dedicato decine di articoli al romanzo, segnando un radicale cambio di rotta rispetto al passato. Da oggetto di gossip a icona celebrata, la storia di Weisberger ha conquistato il mondo della moda e non solo.
Il successo dell'opera ha dato vita a una serie di adattamenti, tra cui un musical e un sequel cinematografico, confermando il suo impatto duraturo. Quello che iniziò come una narrazione ispirata a esperienze personali si è trasformato in un simbolo universale del potere, della moda e delle dinamiche lavorative nel settore editoriale.