Dopo oltre due mesi dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, le motivazioni alla base della guerra rimangono poco chiare e nessuna soluzione appare all’orizzonte. Le trattative diplomatiche previste per il weekend in Pakistan sono fallite sabato scorso, mentre la tensione nella regione continua a crescere.

In un post sui social media, il presidente Donald Trump ha dichiarato a proposito dell’Iran: «Nessuno sa chi comanda, nemmeno loro. E noi abbiamo tutte le carte, loro nessuna». Di fronte a tanta incertezza, abbiamo raccolto le domande più frequenti dei nostri lettori e chiesto a Joshua Keating, corrispondente senior di politica estera di Vox, di rispondere.

1. Attaccare l’Iran ha davvero evitato la minaccia nucleare?

Molti sostenitori della guerra sostengono che l’attacco fosse necessario per impedire all’Iran di ottenere l’arma nucleare. Tuttavia, la situazione è più complessa di quanto appaia.

L’Iran possiede circa 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito, quantità sufficiente per produrre 10-11 testate nucleari. Nonostante la Repubblica Islamica abbia sempre negato di voler costruire la bomba e l’ayatollah Khamenei abbia emesso una fatwa contro le armi nucleari, il livello di arricchimento raggiunto non ha alcuna giustificazione civile plausibile.

Al contrario, è possibile che Teheran abbia scelto di restare uno Stato «soglia» nucleare per ottenere un vantaggio negoziale con l’Occidente e una forma di deterrenza. Una strategia che, alla luce degli ultimi eventi, si è rivelata un grave errore di calcolo.

Attualmente, l’uranio arricchito – il cosiddetto «polver nucleare» citato da Trump – risulta sepolto in siti sotterranei. Se l’Iran riuscisse a recuperarlo e trasformarlo in un’arma utilizzabile prima di essere colpito da Stati Uniti o Israele, rimane un’incognita. Tuttavia, dopo i due attacchi subiti durante le trattative nucleari nell’ultimo anno, la Repubblica Islamica ha ora un incentivo ancora maggiore a dotarsi dell’arma nucleare.

2. Il blocco dello Stretto di Hormuz sarà permanente?

La risposta dipende da cosa si intende per «chiusura» e «permanente». L’estensione della tregua annunciata la scorsa settimana da Trump suggerisce che gli Stati Uniti non abbiano interesse a intraprendere azioni militari per riaprire lo stretto, almeno per il momento. Oppure, potrebbe trattarsi di una strategia per attendere l’arrivo di ulteriori risorse militari nella regione.

In ogni caso, entrambe le parti hanno un forte interesse economico a riaprire lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’Iran potrebbe avere un incentivo ancora maggiore a mantenere una certa instabilità, tale da scoraggiare futuri attacchi militari da parte dei suoi avversari.

3. Chi comanda davvero in Iran?

La dichiarazione di Trump secondo cui «nessuno sa chi comanda, nemmeno loro» riflette la complessità del sistema politico iraniano, caratterizzato da una struttura di potere frammentata tra leader religiosi, Guardie della Rivoluzione e governo civile.

Nonostante l’ayatollah Khamenei mantenga il controllo supremo, le dinamiche interne sono spesso opache. Le Guardie della Rivoluzione, ad esempio, operano con un grado di autonomia che rende difficile prevedere le mosse di Teheran. Questa incertezza complica ulteriormente qualsiasi tentativo di negoziazione o di de-escalation del conflitto.

4. Quali sono le reali conseguenze economiche per l’Occidente?

La chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un terzo del petrolio mondiale, avrebbe ripercussioni globali. Tuttavia, gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di mitigare l’impatto attraverso alternative logistiche e riserve strategiche.

L’Europa, già alle prese con una crisi energetica, rischia di subire un ulteriore aumento dei prezzi del greggio. Allo stesso tempo, l’Iran, nonostante le sanzioni internazionali, continua a esportare petrolio attraverso rotte alternative, come la Cina e la Russia, limitando così l’efficacia delle misure economiche occidentali.

5. Esiste una via d’uscita diplomatica?

Al momento, le prospettive di una soluzione negoziale appaiono remote. Le trattative in Pakistan sono fallite, e la retorica bellicosa da entrambe le parti non lascia spazio a compromessi immediati.

Tuttavia, alcuni analisti suggeriscono che una tregua prolungata, accompagnata da pressioni economiche mirate, potrebbe aprire la strada a nuovi colloqui. La chiave potrebbe risiedere nella capacità degli Stati Uniti e dei loro alleati di convincere l’Iran che un’escalation militare non porterebbe a risultati favorevoli.

Fino ad allora, la regione rimane in bilico tra guerra e instabilità, con conseguenze potenzialmente disastrose per la sicurezza globale.

Fonte: Vox