Il conflitto che non trova pace
Due mesi dopo l'inizio delle ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran, il conflitto non accenna a una soluzione definitiva. Mentre l'attenzione si concentra sui limiti degli approcci militari e diplomatici, emerge un altro elemento cruciale: il crescente indebolimento dell'efficacia delle sanzioni economiche statunitensi. Nonostante il dominio militare e finanziario globale degli USA, la loro capacità di imporre la propria volontà attraverso la coercizione economica sta diminuendo.
Il declino dell'arma economica americana
Gli Stati Uniti, potenza egemone dagli anni '90, hanno a lungo sfruttato la loro influenza finanziaria per perseguire obiettivi di politica estera. Dalle sanzioni contro la Corea del Nord alla pressione su Russia e Iran, Washington ha fatto dell'economia uno strumento di pressione. Tuttavia, l'ascesa di Cina e altre potenze emergenti, insieme a un ordine mondiale sempre più multipolare, sta riducendo l'efficacia di questa strategia. Gli studiosi di sanzioni economiche e relazioni internazionali concordano: il conflitto con l'Iran ha evidenziato il declino dei ritorni delle sanzioni statunitensi.
Le sanzioni contro l'Iran: una storia di fallimenti
Le relazioni tra Washington e Teheran sono ostili sin dal 1979, quando la rivoluzione islamica rovesciò lo scià alleato degli USA. Da allora, gli Stati Uniti hanno perseguito una politica di isolamento e contenimento dell'Iran, utilizzando una combinazione di sanzioni primarie, secondarie e mirate. Le motivazioni includono il presunto sostegno iraniano al terrorismo regionale e il suo programma nucleare, che emerse nel 2003 e portò a sanzioni internazionali.
L'accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) del 2015 rappresentò un punto di svolta: in cambio della limitazione del programma nucleare, l'Iran ottenne la revoca delle sanzioni da parte di Stati Uniti, UE e ONU. Tuttavia, la decisione dell'amministrazione Trump di ritirarsi dall'accordo nel 2018 e di reimporre le sanzioni ha avuto effetti devastanti. Nonostante gli sforzi dell'UE per mantenere in vita l'accordo, Teheran ha ripreso l'arricchimento dell'uranio nel 2019, accelerando il proprio isolamento economico.
Il fallimento della strategia del 'massimo della pressione'
La campagna di 'massimo della pressione' di Trump, volta a strangolare l'economia iraniana, ha spinto le aziende globali a evitare qualsiasi collaborazione con Teheran per timore di ritorsioni statunitensi. Questo ha ulteriormente indebolito l'economia iraniana, già provata da inflazione e carenze alimentari. Nonostante ciò, l'Iran ha dimostrato una notevole resilienza, adattandosi alle sanzioni e trovando modi per aggirarle, come dimostrato dal riavvio del programma nucleare.
«L'Iran sta vincendo un po', ma sta perdendo molto di più», ha osservato il politologo Adam Tarock, sottolineando come le sanzioni abbiano sì danneggiato l'economia iraniana, ma non siano riuscite a piegare il regime.
Un mondo multipolare riduce l'efficacia delle sanzioni
Il caso iraniano evidenzia un problema più ampio: la crescente inefficacia delle sanzioni statunitensi in un contesto geopolitico in rapida evoluzione. Con la Cina che sfida l'egemonia americana e altri attori come Russia e India che cercano di ridurre la dipendenza dal dollaro, Washington fatica a imporre la propria volontà economica. Le sanzioni, un tempo strumento di deterrenza, stanno diventando sempre più un'arma spuntata.
Inoltre, l'unilateralismo statunitense, come dimostrato dal ritiro dal JCPOA e dalla politica di 'massimo della pressione', ha alienato anche gli alleati europei, che hanno cercato di mantenere aperti i canali commerciali con l'Iran. Questo isolamento diplomatico ha ulteriormente ridotto l'impatto delle sanzioni, spingendo Teheran a cercare alleanze alternative, come con Russia e Cina.
Lezioni per il futuro della politica estera americana
Il conflitto in Iran offre spunti importanti per la politica estera statunitense. Innanzitutto, dimostra che le sanzioni economiche, da sole, non sono più sufficienti a ottenere risultati concreti. In secondo luogo, evidenzia la necessità di una strategia più equilibrata, che combini pressione economica con diplomazia e cooperazione internazionale. Infine, sottolinea l'importanza di adattarsi a un mondo in cui il potere economico non è più monopolio degli Stati Uniti.
In un'era di crescente multipolarità, Washington dovrà rivedere le proprie strategie per mantenere la propria influenza globale. Altrimenti, rischia di vedere ulteriormente eroso il proprio potere e la propria capacità di plasmare gli eventi internazionali.