Le pièce di breve durata, quelle che non superano i 90 minuti, spesso pongono un dilemma agli spettatori: perché non restare semplicemente a casa? Eppure, quando la qualità dello spettacolo è elevata, la domanda diventa superflua. È il caso di "The Receptionist", la nuova opera di Adam Bock, andata in scena giovedì al Pershing Square Signature Center di New York, prodotta da Second Stage Theater.
Con una durata di 80 minuti, la pièce si rivela un’esperienza teatrale intensa, in cui la tensione cresce gradualmente fino a un climax inaspettato. Lo spazio scenico, progettato da Dots, ricrea un ufficio asettico e familiare a chiunque abbia trascorso anni tra scrivanie e porte chiuse. Al centro della scena, la scrivania della receptionist Beverly, interpretata da Katie Finneran, che risponde al telefono, prepara il caffè e pulisce le briciole dei colleghi. Il suo controllo maniacale, soprattutto nel raccogliere le briciole con l’aspirapolvere portatile, tradisce una personalità autoritaria e pignola.
Il suo equilibrio viene messo in discussione dall’arrivo di Martin (Will Pullen), un nuovo dipendente proveniente dalla sede centrale. Il loro primo scontro avviene per una questione banale: i pennarelli sulla scrivania di Beverly. Lei nega l’uso dei suoi strumenti, lui insiste. Quando finalmente Martin si siede, con un pennarello in mano, si scopre che indossa calzini rossi sgargianti. Un dettaglio che, insieme alla sua autorità, lo rende immediatamente un antagonista temibile, ben più di Beverly.
Da questo momento, la dinamica tra i personaggi si fa più complessa. Lorraine (Mallori Johnson), un’altra collega, e Martin sembrano condividere un’intesa che Beverly osserva con crescente disagio. La regia di Sarah Benson brilla in questa scena, dove la tensione erotica e il conflitto di potere si intrecciano in modo sottile ma efficace. Tuttavia, prima e dopo questo momento chiave, la regia fatica a mantenere alta l’attenzione, lasciando spazio a una recitazione eccessiva da parte di Finneran.
La pièce raggiunge il suo apice quando Edward (Nael Nacer), il capo di Beverly, accenna alla necessità di spezzare un dito a un cliente. La reazione di Beverly, che non sembra sorpresa, suggerisce che in quell’ufficio nulla è fuori dall’ordinario. Ma è proprio questo il problema: la pièce non riesce a chiarire se si tratti di una metafora o di una realtà, lasciando lo spettatore con più domande che risposte.
Bock sembra voler spingere il pubblico a immaginare cosa accada davvero nella sede centrale, ma il secondo atto della pièce non offre sufficienti elementi per comprendere appieno la sua intenzione. Per molti spettatori, questa mancanza di chiarezza rappresenta un limite significativo.