Il 16 luglio 1945, alle 5:29 ora locale, il mondo entrò ufficialmente nell’era nucleare. Quel giorno, nel deserto del Jornada del Muerto, in Nuovo Messico, fu sganciata la prima bomba atomica della storia: il test Trinity.
Un nuovo libro, Trinity: An Illustrated History of the World’s First Atomic Test di Emily Seyl, pubblicato dalla University of Chicago Press, offre una raccolta di oltre cento fotografie restaurate dopo vent’anni di lavoro. Le immagini, scattate durante il Progetto Manhattan, catturano con dettagli senza precedenti la potenza devastante dell’esplosione, ribattezzata “the Gadget”.
Le macchine fotografiche che hanno immortalato l’inferno
In una bunker a dieci chilometri dall’epicentro, Berlyn Brixner attendeva il conteggio alla rovescia con le cuffie alle orecchie. La sua postazione era equipaggiata con una torretta dotata di macchine fotografiche e pellicole, una delle poche autorizzate a puntare gli obiettivi verso l’esplosione. Indossando occhiali da saldatore, Brixner avrebbe dovuto osservare direttamente il fungo atomico, ma furono le sue due cineprese Mitchell a registrare le immagini più significative del test Trinity.
Quando i detonatori si attivarono, le macchine fotografiche catturarono ciò che Brixner non poté vedere: la prima luce di un’enorme, silenziosa esplosione di energia che si diffuse nel bacino desertico. Trentadue blocchi di esplosivo ad alto potenziale si attivarono simultaneamente, comprimendo il nucleo di plutonio al centro e avvicinando gli atomi fino a innescare una reazione a catena incontrollata. Una raffica di neutroni seminò il caos per una frazione di secondo, prima che la reazione si esaurisse.
Le riprese di una cinepresa ad alta velocità Fastax, posizionata nel bunker di Brixner e protetta da un vetro spesso, mostrano una sfera traslucida che attraversa l’oscurità meno di un centesimo di secondo dopo la detonazione. Un’ondata di calore, luce e materia disintegrò letteralmente il dispositivo.
L’eredità scientifica delle immagini del Trinity
Quando la luminosità si attenuò abbastanza da permettere ai testimoni di distinguere l’epicentro, apparve una colonna di polvere che circondava una sfera di fuoco multicolore e cangiante. La nuvola di detriti si innalzò nel cielo, mentre le immagini catturate dalle cineprese raccontavano una storia ancora più drammatica e dettagliata di quella vissuta in prima persona.
Nonostante solo undici delle cinquantadue macchine fotografiche utilizzate abbiano prodotto immagini utilizzabili, l’operazione fu un successo. Le telecamere erano state posizionate a distanze variabili, con angolazioni complementari e una gamma di velocità di scatto e lunghezze focali diverse. Questo approccio permise agli scienziati del Los Alamos National Laboratory di analizzare con precisione il comportamento della palla di fuoco e degli altri effetti visibili dell’esplosione, gettando le basi per la comprensione delle armi nucleari.