Il fascino oscuro della ‘bruttezza’ come atto di libertà
Negli ultimi anni, la cultura online ha mostrato una crescente ossessione per i looksmaxxers, una comunità prevalentemente maschile che spinge i propri limiti fisici con metodi estremi: dall’uso di martelli per definire la mascella all’assunzione di sostanze per modellare il corpo. Dietro questa tendenza c’è una logica comprensibile: in una società che premia la bellezza, molti cercano di adeguarsi, anche a costo di sacrifici estremi.
Ma cosa succede quando, invece di combattere l’‘brutto’, lo si abbraccia come scelta consapevole? Due nuove memorie, Ugly di Stephanie Fairyington e Ugliness di Moshtari Hilal, propongono una riflessione radicale: e se la ‘bruttezza’ non fosse un difetto, ma una forma di resistenza?
Il peso della ‘bruttezza’ nella società
Fairyington e Hilal, entrambe autrici e artiste, partono da un presupposto condiviso: la società giudica chi non rientra negli standard di bellezza. Ma mentre i looksmaxxers cercano di conformarsi, loro scelgono di esplorare il concetto stesso di ‘brutto’, mettendo in discussione le sue radici storiche e culturali.
In Ugliness, Hilal scrive:
"Non riesco a conciliare la mia ‘bruttezza’ solo attraverso l’estetica e la poesia. Sembra troppo doloroso ammettere che la bellezza o la sua mancanza influenzino, anzi, plasmino le nostre vite."
Fairyington, invece, nel suo Ugly (in uscita a maggio), affronta il tema con un approccio più diretto:
"A 14 anni ho imparato, per ben quattordici volte, che ero brutta."
La ‘bruttezza’ come atto di ribellione
Entrambe le autrici si interrogano su cosa significhi davvero essere ‘brutti’ e se questa etichetta sia oggettiva o costruita socialmente. Il loro obiettivo non è semplicemente accettare la ‘bruttezza’, ma decostruirla.
Hilal, ad esempio, dedica pagine di poesia e fotografie alla propria percezione del naso, troppo grande per i suoi gusti. Fairyington, invece, analizza come il giudizio estetico impatti sulla vita quotidiana, dalla ricerca di lavoro alle relazioni personali.
Ma c’è un punto cruciale: entrambe rifiutano l’idea che la ‘bruttezza’ sia un difetto da nascondere. Anzi, la rivendicano come parte della propria identità, sfidando chi cerca di minimizzare i loro sentimenti con complimenti superficiali.
Fairyington, ad esempio, sottolinea di non gradire affermazioni come "Non sei affatto brutta", perché riducono la sua esperienza a un giudizio estetico superficiale.
Un dibattito che va oltre la bellezza
Queste memorie non parlano solo di aspetto fisico, ma di potere, privilegio e oppressione. Entrambe le autrici collegano la ‘bruttezza’ a secoli di razzismo e misoginia, che hanno definito cosa è considerato ‘bello’ e cosa no.
Hilal, in particolare, esplora come gli standard di bellezza siano stati usati per marginalizzare gruppi interi, dalle donne alle persone razzializzate. Fairyington, invece, analizza come la ‘bruttezza’ possa essere uno strumento di controllo sociale.
In un mondo ossessionato dall’apparenza, queste autrici propongono una domanda scomoda: e se la ‘bruttezza’ fosse in realtà un atto di libertà?
Conclusione: accettare o combattere?
Leggendo queste opere, emerge un dubbio: forse né le autrici né i looksmaxxers hanno davvero risolto il dilemma. Il termine ‘brutto’ porta con sé una carica negativa difficile da neutralizzare, e il tentativo di riappropriarsene può sembrare, a tratti, un atto di autodistruzione.
Eppure, c’è un valore in questa esplorazione: mettere in discussione gli standard di bellezza imposti è il primo passo per liberarsi dal loro giogo.
Che si tratti di abbracciare la ‘bruttezza’ o di combatterla, la vera domanda è: chi decide cosa è bello e cosa no?