Sorveglianza di massa sotto falsa bandiera
La storia dimostra che gli strumenti di controllo acquisiti dai governi per affrontare emergenze immediate finiscono spesso per essere utilizzati contro la popolazione generale. Questo vale anche per le tecnologie di sorveglianza di frontiera, inizialmente pensate per contrastare l'immigrazione irregolare ma ora impiegate per monitorare cittadini statunitensi.
Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal di Shane Shifflett e Hannah Critchfield, il governo federale sta investendo centinaia di milioni di dollari in sistemi che permettono agli agenti di accedere a informazioni sensibili: indirizzi di casa e lavoro, account social, dati veicolari, cronologia dei voli, registri giudiziari e persino la possibilità di tracciare gli spostamenti quotidiani dei cittadini.
Il caso di Liz McLellan: intimidazione o abuso di potere?
La vicenda di Liz McLellan, residente nel Maine, ne è un esempio emblematico. Dopo aver fotografato agenti federali durante un'operazione di controllo sull'immigrazione, McLellan si è vista recapitare una visita a domicilio con la minaccia: "Questo è un avvertimento. Sappiamo dove abiti". Un chiaro tentativo di intimidazione, nonostante McLellan fosse nel pieno dei suoi diritti: registrare agenti in azione in spazi pubblici è tutelato dal Primo Emendamento, come confermato dalla Freedom Forum.
«I tribunali hanno riconosciuto il diritto generale di registrare le forze dell'ordine mentre svolgono le loro funzioni in spazi pubblici, come strade o parchi. Questo diritto è protetto sia dalla libertà di espressione che da quella di stampa, inclusa la raccolta di informazioni sul governo e la loro condivisione».
Le autorità federali lamentano che la pubblicazione di dati sugli agenti possa ostacolare le operazioni, ma la Foundation for Individual Rights and Expression (FIRE) sottolinea come i funzionari pubblici non godano di immunità speciale contro il doxxing. Anzi, il potere che detengono rende ancora più necessario il controllo pubblico e la possibilità di criticarli apertamente.
Un sistema di sorveglianza senza confini
Il report American Dragnet: Data-Driven Deportation in the 21st Century, pubblicato dal Georgetown Law Center on Privacy and Technology, ha svelato l'estensione delle capacità di sorveglianza messe in campo in nome della sicurezza delle frontiere. Secondo i dati del 2022:
- 1 cittadino su 3 ha visto la propria foto sulla patente scansionata da ICE;
- 3 cittadini su 4 hanno i dati della patente accessibili all'agenzia;
- Le movimentazioni dei veicoli vengono tracciate in città dove vive il 75% della popolazione adulta;
- Il sistema consente di localizzare 3 cittadini su 4.
Questi dati dimostrano come le tecnologie di sorveglianza, inizialmente concepite per contrastare l'immigrazione irregolare, siano state estese a una platea vastissima, includendo milioni di cittadini statunitensi del tutto estranei a qualsiasi illecito.
Privacy e diritti civili in pericolo
L'impiego di tali strumenti solleva gravi interrogativi su privacy e diritti civili. L'accesso a informazioni così sensibili, senza un controllo pubblico adeguato, rischia di normalizzare una sorveglianza di massa che potrebbe essere utilizzata per scopi ben oltre quelli dichiarati. Come sottolineato dagli esperti, la mancanza di trasparenza e di limiti chiari espone i cittadini a potenziali abusi.
La vicenda di McLellan e i dati emersi dal report del Georgetown Law Center evidenziano una tendenza preoccupante: le tecnologie di sicurezza, una volta implementate, tendono a espandere il proprio raggio d'azione, spesso a scapito delle libertà individuali.