Durante un briefing al Pentagono, il generale Mark Milley, capo dello stato maggiore congiunto statunitense, ha dichiarato che le recenti azioni dell'Iran contro gli Emirati Arabi Uniti sono state "al di sotto della soglia di un conflitto su larga scala". Una posizione che riflette una strategia di controllo delle tensioni, piuttosto che una risposta militare immediata.

L'Iran, dal canto suo, ha lanciato messaggi ambigui. Il ministro degli Esteri iraniano ha avvertito che "gli Stati Uniti dovrebbero guardarsi dal farsi trascinare in un nuovo pantano", rivolgendo la stessa accusa anche agli Emirati Arabi Uniti. Un riferimento poco velato ai "nemici nascosti" che, secondo Teheran, starebbero fomentando il conflitto.

La stampa internazionale, in particolare il New York Times, ha interpretato questa linea come una "falsa narrazione", sostenendo che la Casa Bianca stia negando l'evidenza di una possibile escalation. David E. Sanger, corrispondente del quotidiano, ha scritto che "l'amministrazione Trump sta ricorrendo a dichiarazioni roboanti per superare la più grande crisi politica del suo mandato".

Tuttavia, la realtà appare più complessa. Il presidente Donald Trump aveva già chiarito che un blocco dello Stretto di Hormuz sarebbe stato considerato una violazione della tregua. Ma la politica internazionale non sempre si basa su binari netti: spesso, le dichiarazioni servono da strumento negoziale o da pressione psicologica.

Dopo aver inizialmente promosso obiettivi ambiziosi, come il cambio di regime in Iran, l'amministrazione sembra ora orientata a evitare un conflitto prolungato. Una scelta che, se da un lato riduce i rischi di una guerra aperta, dall'altro potrebbe essere interpretata come una resa strategica.

Intanto, la situazione rimane fluida. Poco dopo la pubblicazione di queste dichiarazioni, Trump ha twittato: "L'Iran deve accettare di rispettare quanto già concordato, altrimenti inizieranno i bombardamenti", riaccendendo i timori di un'escalation improvvisa.

La nuova guerra di RFK Jr.: attacco agli antidepressivi SSRI

In un altro fronte, il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha lanciato una campagna contro gli antidepressivi SSRI, come Zoloft, Lexapro e Prozac. Secondo Kennedy, questi farmaci non dovrebbero più essere considerati la "prima opzione" per il trattamento dei disturbi mentali, ma solo una soluzione temporanea, da utilizzare con trasparenza e con un piano chiaro per la loro sospensione.

I dati mostrano che l'uso degli SSRI è in costante aumento negli Stati Uniti. Attualmente, circa un adulto su sei ne fa uso regolare, con una prevalenza maggiore tra le donne. Tra il 1988 e il 2008, l'uso di questi farmaci è aumentato di quasi il 400% tra adulti e adolescenti, secondo uno studio del 2011. Kennedy ha sottolineato che, nonostante il loro ruolo nel trattamento dei disturbi psichiatrici, gli SSRI non devono essere considerati una "soluzione universale".

Tra gli effetti collaterali citati da Kennedy e segnalati da molti pazienti vi sono aumento di peso, disfunzioni sessuali e rischio di pensieri suicidari. Una posizione che, se da un lato riflette le preoccupazioni di molti medici e pazienti, dall'altro rischia di minare la fiducia in terapie consolidate.

La decisione di Kennedy segna un cambiamento radicale nella politica sanitaria statunitense, aprendo un dibattito su come bilanciare l'efficacia dei farmaci con i loro potenziali rischi.

Fonte: Reason