L’eredità di Trump: dall’accordo nucleare al caos attuale
Mentre il conflitto in Medio Oriente si avvicina alla nona settimana, l’attenzione mediatica si concentra su strategie militari e dichiarazioni politiche: chi controlla lo stretto di Hormuz, quando finirà la tregua, quali mosse farà Donald Trump. Tuttavia, è fondamentale fare un passo indietro e analizzare le azioni che hanno portato a questa situazione. Trump, con le sue decisioni, ha creato le condizioni per un conflitto che molti temevano.
L’accordo nucleare smantellato
Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), negoziato da Barack Obama e altri cinque paesi con l’Iran, rappresentava un compromesso fragile ma efficace. L’accordo limitava l’arricchimento dell’uranio al 3,67%, ben al di sotto della soglia necessaria per sviluppare armi nucleari, fino al 2030. Sebbene la maggior parte delle clausole sarebbe scaduta nel 2025, gli esperti concordavano sul fatto che l’accordo funzionasse: l’Iran rispettava i termini e lasciava spazio a future negoziazioni.
Trump, invece, ha gettato alle ortiche questo equilibrio. Il JCPOA, senza allegati, contava appena 18 pagine. La probabilità che Trump le avesse lette è prossima allo zero: per lui, l’unico dettaglio rilevante era che l’accordo fosse stato firmato da Obama. Nel maggio 2018, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’intesa e hanno imposto sanzioni ancora più severe, inaugurando la politica di “massima pressione”.
Le conseguenze di una strategia fallimentare
Senza il supporto degli Stati Uniti, gli altri paesi firmatari hanno faticato a mantenere in vita l’accordo. L’Iran, di fronte alle sanzioni e all’isolamento, ha accelerato il proprio programma nucleare. Già nel 2020, le testate internazionali riportavano che “l’Iran sta arricchendo più uranio di quanto non facesse prima del 2015”, superando il limite del 3,67% e arrivando fino al 60%.
Un parallelo inquietante
«Immaginate il sindaco di una città dilaniata da tensioni etniche o razziali. Egli eredita una tregua fragile ma funzionante tra le parti avverse. Annulla l’accordo, definendolo debole e fraudolento. Le tensioni esplodono. Il sindaco invia agenti armati per disarmare la minoranza. Nel frattempo, minaccia di distruggere la loro cultura, paragonandosi a Gesù, mentre il responsabile delle operazioni militari invoca Dio e Gesù come suoi alleati».
Questa metafora rispecchia quanto accaduto con Trump e l’Iran: la sua decisione di abbandonare il JCPOA ha riacceso le tensioni, spingendo Teheran verso una posizione più aggressiva e isolando ulteriormente gli Stati Uniti a livello internazionale.
Dove ci porta questo conflitto?
Dopo nove settimane di guerra, il rischio è che la situazione sfugga completamente di mano. Le azioni di Trump hanno non solo riacceso le tensioni, ma hanno anche delegittimato la diplomazia come strumento di risoluzione dei conflitti. Ora, con l’Iran che arricchisce uranio a livelli preoccupanti e una regione sempre più instabile, le prospettive di una soluzione pacifica appaiono sempre più remote.
Gli Stati Uniti, invece di guidare la diplomazia, si sono ritrovati a inseguire le conseguenze delle proprie scelte. E mentre il mondo osserva, il pericolo di un’escalation nucleare o di un conflitto su vasta scala cresce di giorno in giorno.
Cosa si può fare ora?
- Ritornare al tavolo negoziale: Riaprire i canali diplomatici con l’Iran, magari riprendendo i negoziati sul JCPOA o elaborando un nuovo accordo che tenga conto delle mutate condizioni regionali.
- Coinvolgere la comunità internazionale: Gli alleati europei, la Russia e la Cina potrebbero giocare un ruolo chiave nel mediare tra Stati Uniti e Iran, evitando un isolamento totale di Washington.
- Evitare escalation militari: Le minacce di intervento militare devono essere sostituite da una strategia che privilegi la diplomazia e la de-escalation.
- Rivedere la politica delle sanzioni: Le sanzioni unilaterali hanno dimostrato di essere inefficaci nel cambiare il comportamento dell’Iran e hanno invece rafforzato la posizione dei falchi a Teheran.