L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nel cuore dei processi di assunzione, anche in quelle fasi che richiederebbero un approccio umano, come i colloqui di lavoro. Se fino a poco tempo fa le aziende utilizzavano l’IA principalmente per filtrare curriculum e candidature, oggi molti la impiegano anche per screening telefonici e interviste iniziali.

Secondo un recente report di Greenhouse, una piattaforma specializzata nella gestione dei processi di assunzione, quasi due terzi dei candidati statunitensi hanno già affrontato un’intervista condotta da un sistema di intelligenza artificiale. Si tratta di un aumento significativo: solo sei mesi fa, la percentuale era del 53%. Tuttavia, non tutti sono entusiasti di questa tendenza.

Candidati in fuga: il 38% abbandona i processi con l’IA

Un’indagine condotta da Greenhouse su 1.200 lavoratori statunitensi ha rivelato che il 38% dei candidati ha rinunciato a un processo di selezione dopo aver scoperto di dover affrontare un’intervista con l’IA. Un ulteriore 12% ha dichiarato che lo farebbe se venisse a conoscenza di questa modalità. Una scelta comprensibile in un mercato del lavoro caratterizzato da bassa rotazione e alta competitività, dove trovare un nuovo impiego è sempre più difficile, anche a causa delle recenti ondate di licenziamenti legati all’automazione.

I lavoratori non sono sorpresi dal fatto che l’IA possa essere utilizzata nei processi di assunzione. Anzi, molti candidati utilizzano già l’intelligenza artificiale per ottimizzare i propri curriculum e inviare candidature in massa, costringendo le aziende a gestire un numero elevato di domande, alcune delle quali potrebbero contenere informazioni non veritiere o esagerate.

Trasparenza mancante: il 70% dei candidati non sa di essere valutato dall’IA

Tuttavia, ciò che preoccupa maggiormente i lavoratori è la mancanza di trasparenza. Secondo lo studio, il 70% dei candidati non è stato informato che il processo di selezione avrebbe incluso un’intervista o una valutazione tramite IA. Per un quinto di loro, la scoperta è avvenuta solo al momento dell’inizio del colloquio.

Le maggiori critiche riguardano le interviste video pre-registrate, valutate dall’IA senza che i candidati ne fossero a conoscenza. In questi casi, un terzo dei partecipanti ha rinunciato alla candidatura. Un altro 27% ha abbandonato il processo perché non accettava di essere monitorato dall’IA o perché non era stato chiarito il ruolo dell’intelligenza artificiale nella valutazione.

La situazione è ancora più confusa per il 20% dei candidati che, non sapendo se stavano interagendo con un umano o con un sistema automatizzato, ha scelto di ritirarsi dalla selezione.

L’IA non riduce i pregiudizi: i dati deludono

Quanto all’idea che l’IA possa migliorare i processi di selezione o ridurre i pregiudizi, i risultati dell’indagine non sono incoraggianti. Solo il 28% dei candidati che hanno affrontato un’intervista con l’IA è riuscito a passare alla fase successiva. La metà non ha ricevuto alcuna risposta, mentre solo il 13% ha ricevuto un rifiuto esplicito.

Per quanto riguarda i pregiudizi, oltre un terzo dei lavoratori ha dichiarato di aver subito ageismo sia nei colloqui con umani che con l’IA. Un altro 27% ha segnalato episodi di discriminazione basati su etnia o razza. L’intelligenza artificiale, insomma, non sembra essere la soluzione magica per eliminare i bias nei processi di assunzione.

Nonostante le critiche, la maggior parte dei candidati continua a utilizzare l’IA per migliorare le proprie candidature, ma la richiesta di trasparenza e rispetto nei confronti dei lavoratori rimane alta.