L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sempre ripetuto un argomento ricorrente quando si parla di cambiamento climatico: agire contro di esso sarebbe un disastro economico. Dopo aver ritirato gli USA dagli accordi di Parigi, Trump affermò che la decisione costava al Paese «migliaia di miliardi di dollari che altri paesi non pagavano». Ha anche sostenuto che il piano di Joe Biden per incentivare i veicoli elettrici avrebbe portato a una «distruzione economica» dell’industria automobilistica, salvo poi dichiarare di averla «salvata» invertendo la rotta.

Trump ha cercato di convincere anche i leader mondiali, minacciando: «Se non abbandonerete questa truffa verde, il vostro Paese fallirà». Dietro ogni decisione dell’amministrazione Trump di eliminare le protezioni ambientali, c’è sempre una giustificazione economica. Tuttavia, le stime ufficiali spesso ignorano o minimizzano i costi reali dell’inazione climatica, nonostante gli eventi meteorologici estremi stiano diventando sempre più frequenti.

Un’ondata di calore record ha colpito gli Stati Uniti occidentali alla fine di marzo, peggiorando le previsioni di incendi e minacciando le riserve idriche della regione, fondamentali per l’agricoltura. I danni sono già tangibili: secondo un’analisi del Brookings Institution di settembre, i costi del cambiamento climatico – dalle assicurazioni più care ai rischi per la salute causati dal fumo degli incendi – ammontano tra i 219 e i 571 dollari all’anno per famiglia americana. Per alcune famiglie, la spesa supera i mille dollari annui.

Gli esperti confermano che agire per prevenire questi disastri non danneggia l’economia nel complesso, ma colpisce alcuni settori, in particolare le compagnie petrolifere. Per decenni, l’industria dei combustibili fossili ha diffuso la narrazione secondo cui combattere il cambiamento climatico sarebbe troppo costoso. Gernot Wagner, economista climatico alla Columbia Business School, spiega: «Esiste una narrativa dominante, e non è un caso. Fin dagli anni ’90, l’American Petroleum Institute ha finanziato studi per far sembrare qualsiasi intervento sulle emissioni di gas serra economicamente insostenibile».

Uno di questi studi, del 1991, stimava che una tassa sul carbonio di 200 dollari a tonnellata avrebbe ridotto l’economia statunitense dell’1,7% entro il 2020. Tuttavia, non considerava i costi dell’inazione climatica. Questa pratica continua ancora oggi: l’Environmental Protection Agency (EPA) di Trump ha recentemente rivisto i suoi metodi di valutazione, trattando il valore della vita umana come pari a zero e scartando il «costo sociale del carbonio», un parametro che stima i danni economici causati da inondazioni, siccità e altri effetti del riscaldamento globale. L’amministrazione Biden lo aveva fissato a 190 dollari per tonnellata di CO₂.

Fonte: Grist