Un giudice federale ha bloccato il tentativo del Dipartimento di Giustizia di archiviare la causa intentata da Maurene Comey, ex avvocato federale statunitense, che denuncia un licenziamento illegittimo avvenuto a luglio.

Secondo la donna, la sua rimozione dal ruolo presso la Procura federale del Distretto Sud di New York sarebbe stata motivata unicamente o in modo sostanziale dal fatto che suo padre è James Comey, ex direttore dell’FBI e bersaglio di una campagna di ritorsione politica portata avanti dall’ex presidente Donald Trump.

Nel provvedimento di licenziamento, emesso a luglio, non sono state fornite motivazioni specifiche: si è fatto solo riferimento all’Articolo 2 della Costituzione statunitense, che attribuisce al presidente il potere esecutivo. Il Dipartimento di Giustizia, invece di contestare le accuse nel merito, ha sostenuto che la causa non potesse essere discussa in un tribunale federale, ma dovesse essere deferita al Merit Systems Protection Board, organismo istituito dal Civil Service Reform Act (CSRA) del 1978.

La decisione del giudice Furman

In un’ordinanza di 27 pagine depositata martedì, il giudice federale Jesse E. Furman ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal governo. Nella sentenza si legge:

«Il caso di Maurene Comey non rientra nella giurisdizione del CSRA, poiché il suo licenziamento è avvenuto in base all’Articolo 2 della Costituzione, non secondo le disposizioni del CSRA stesso».

Il giudice ha inoltre stabilito che il governo dovrà presentare una risposta alle accuse entro due settimane, mentre è stata fissata una udienza preliminare tra esattamente un mese.

Le implicazioni della sentenza

La decisione rappresenta una vittoria per Maurene Comey e solleva importanti questioni sul rapporto tra potere politico e indipendenza della magistratura. Se confermata, potrebbe limitare la discrezionalità del presidente nell’assumere o licenziare funzionari federali senza motivazioni chiare, rafforzando i diritti dei dipendenti pubblici contro abusi di potere.