Da "candidato della pace" a protagonista di una guerra non dichiarata

Donald Trump ha più volte dipinto sé stesso come un leader che avrebbe ridimensionato l'interventismo militare statunitense. Nel 2016, durante un dibattito presidenziale, definì la guerra in Iraq «un grosso, enorme errore». Eppure, a distanza di anni, la sua amministrazione si è ritrovata al centro di un conflitto che ricorda da vicino quello che aveva criticato. Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro obiettivi in Iran, uccidendo l'ayatollah Ali Khamenei, leader supremo del paese. Da allora, Teheran ha risposto colpendo basi militari e uffici diplomatici statunitensi in Medio Oriente, mentre Washington ha preso di mira siti missilistici e petroliferi iraniani.

Al 15 aprile, il bilancio delle vittime statunitensi ammontava a 13 soldati, con pochi segnali di una possibile de-escalation. Secondo fonti riportate dai media, l'amministrazione Trump starebbe valutando l'invio di ulteriori truppe nella regione, senza escludere un intervento diretto sul terreno.

Giustificazioni fumose e nessuna autorizzazione congressuale

L'esecutivo ha addotto motivazioni contrastanti per giustificare gli attacchi in Iran, nessuno delle quali è stata ratificata dal Congresso. Come riportato da Reason a marzo, funzionari hanno parlato di «prevenire un possibile attacco iraniano (che altri funzionari sostengono non fosse reale)», di «aderire a un'offensiva israeliana che sarebbe avvenuta comunque», di «sfruttare un'occasione irripetibile per eliminare la leadership iraniana» o di «punire Teheran per non aver ceduto alle richieste statunitensi sul nucleare in tempo».

La Costituzione degli Stati Uniti attribuisce al Congresso il potere esclusivo di dichiarare guerra. Tuttavia, questa prerogativa è stata progressivamente svuotata di significato: i presidenti non si sentono più obbligati a presentare una motivazione coerente al Parlamento, mentre quest'ultimo ha abdicato al proprio ruolo di controllo. L'ultima dichiarazione di guerra risale al 1942, quando il Congresso autorizzò azioni contro Bulgaria, Ungheria e Romania durante la Seconda guerra mondiale.

Le AUMF: armi legislative per conflitti senza fine

Da allora, le azioni militari statunitensi sono state approvate tramite Authorization for the Use of Military Force (AUMF), risoluzioni congressuali che conferiscono al presidente ampi poteri discrezionali. Senza scadenze prestabilite, queste autorizzazioni rimangono in vigore per decenni e possono essere utilizzate per giustificare interventi militari ben oltre gli obiettivi originari.

L'AUMF del 2001, che autorizzava il presidente a «usare ogni mezzo necessario e appropriato» contro i responsabili degli attacchi dell'11 settembre, è stata citata per giustificare operazioni di contrasto al terrorismo in 22 paesi già nel 2020, secondo i dati del progetto Costs of War della Brown University.

La risoluzione sui poteri di guerra: un'arma spuntata

Oltre alle AUMF, i presidenti possono avvalersi della Risoluzione sui poteri di guerra del 1973, che teoricamente limita le operazioni militari senza approvazione congressuale. Tuttavia, la legge è stata spesso ignorata o aggirata. L'ex presidente Barack Obama, ad esempio, sostenne che la risoluzione «non si applicava» ai bombardamenti in Libia del 2011, definendoli un'operazione «a breve termine».

Secondo Sarah Burns, politologa del Rochester Institute of Technology, la legge «apre la porta a operazioni su piccola scala o di breve durata», ma i presidenti hanno più volte cercato di eluderne i vincoli. «Il Congresso ha rinunciato al proprio ruolo di controllo», ha dichiarato Burns. «I presidenti agiscono come se avessero carta bianca, e i parlamentari non hanno la volontà politica di opporsi».

Le conseguenze di un sistema in crisi

  • Conflitti senza fine: Le AUMF sono diventate strumenti per guerre prolungate, come quella in Afghanistan, durata vent'anni senza mai una dichiarazione formale di guerra.
  • Responsabilità diluita: Senza un dibattito pubblico e una votazione congressuale, le decisioni militari diventano prerogativa esclusiva della presidenza, con scarsi controlli democratici.
  • Rischio di escalation: L'uso di autorizzazioni generiche facilita interventi militari improvvisi, come quelli in Iran, che possono innescare reazioni a catena imprevedibili.

«Il Congresso ha abdicato al proprio ruolo costituzionale. I presidenti agiscono come se avessero il potere di dichiarare guerra da soli, e i parlamentari non hanno la forza di opporsi. È un sistema che favorisce l'avventurismo militare e indebolisce la democrazia».
— Sarah Burns, politologa

Un futuro incerto tra guerra e diplomazia

Mentre la violenza in Medio Oriente continua a crescere, la domanda rimane: chi controlla davvero la guerra negli Stati Uniti? Il Congresso, che dovrebbe essere il baluardo contro l'interventismo militare, sembra aver rinunciato a questo ruolo. E senza un cambiamento radicale, i conflitti come quello in Iran potrebbero diventare la nuova normalità.

Fonte: Reason