Un giudice federale della Florida ha stabilito che un articolo intitolato "Murder For Hire Conspiracy Case Results In Conviction Of Former Amazon Retail Star" non costituisce diffamazione nei confronti di un imprenditore condannato per stalking. La sentenza, emessa dal Magistrate Judge Anthony Porcelli (M.D. Fla.) nel caso Ligeri v. Arizona Daily Independent, LLC, conferma che la testata ha riportato correttamente i fatti, nonostante il titolo potesse apparire fuorviante.

L’imprenditore, fondatore e CEO di Kangaroo Manufacturing e Ranked 1Pro Events, aveva costruito una reputazione nel settore della vendita online, vantando vendite record su Amazon e condividendo la sua esperienza in conferenze sul manufacturing, l’importazione e il posizionamento dei prodotti. Tuttavia, dopo aver avuto contrasti con due soci, Joshua Dean Tischer e John Andrew Burns, per questioni legate a debiti non pagati, l’uomo avrebbe minacciato di morte e lesioni fisiche Burns e offerto denaro a qualcuno per eliminare Tischer e Burns.

Le indagini, basate su registrazioni di chiamate, messaggi e testimonianze, portarono all’arresto dell’imprenditore nell’aprile 2021 con le accuse di aggressione aggravata, stalking per timore di morte e stalking per timore di lesioni fisiche. Tuttavia, non fu mai accusato di omicidio, cospirazione per omicidio o omicidio su commissione. Nel marzo 2022, l’uomo si dichiarò colpevole di tentato stalking e accettò un patteggiamento che portò all’archiviazione di altre tre accuse, tra cui la cospirazione per aggressione aggravata.

Il quotidiano Arizona Daily Independent pubblicò un articolo intitolato "Murder For Hire Conspiracy Case Results In Conviction Of Former Amazon Retail Star", riassumendo le minacce riportate nel rapporto della polizia di Mesa e menzionando la condanna per stalking. L’imprenditore, tuttavia, citò la testata per diffamazione, sostenendo che il titolo suggeriva erroneamente un coinvolgimento in una cospirazione per omicidio, reato mai contestato. Secondo la sua tesi, la testata avrebbe agito con dolo o negligenza, danneggiando la sua reputazione e la sua attività.

Il giudice Porcelli ha respinto la richiesta, affermando che la testata non ha diffamato l’imprenditore. La sentenza sottolinea che il titolo, letto nel contesto dell’articolo, non è falso né fuorviante, poiché le accuse di stalking e le minacce di morte erano reali e documentate. Il giudice ha inoltre evidenziato che l’imprenditore non ha fornito prove sufficienti per dimostrare che la testata avesse conoscenza certa della falsità delle accuse o che abbia agito con dolo o negligenza estrema nella pubblicazione.

La sentenza rappresenta un precedente importante per i media che riportano casi giudiziari, confermando che i titoli devono essere valutati nel loro contesto complessivo e non isolatamente. Per l’imprenditore, invece, la vicenda rimane un monito sui rischi legali derivanti da comportamenti estremi e sulle conseguenze di una reputazione compromessa.

Fonte: Reason